giovedì 30 aprile 2015

Perla del mese - Aprile

Vado in montagna più per la paura di non vivere che per quella di morire.

 [Ada Gobetti]
 
 

venerdì 17 aprile 2015

Hervé Barmasse - Corso di Alpinismo 2015 CAI Orbassano


Succede, a volte, che la montagna scenda in città e non si tratta di una frana come qualche buontempone starà sicuramente pensando.
 
Si tratta di eventi a loro modo semplici, di iniziative interessanti come ad esempio il Corso di Alpinismo del 2015 organizzato dalla Scuola "Paolo Giordano" con il CAI (Sezione di Orbassano).
Un corso ormai giunto alla sua XXVI edizione, aperto ai più esperti ma anche ai neofiti.
 
Ed è durante la presentazione del corso, avvenuta la sera del 15 Aprile 2015, che si vede la montagna in città grazie ad Hervé Barmasse, un ospite d'eccezione che, con il suo carattere semplice, ha saputo avvicinare le montagne (in special modo LA montagna, LA SUA montagna, il Cervino) al cuore di tutti i presenti nella sala del Centro Culturale "S. Pertini" di Orbassano.
 
Hervè a mio avviso non è solo un esperto alpinista: potrei spendere molte parole elencando le sue imprese in Pakistan o in Patagonia, i suoi riconoscimenti anche a livello internazionale, le spedizioni ed i premi conquistati...ma non descriverei l'individuo che si è presentato ai miei occhi su quel palco e non riporterei nulla che non sia già scritto su Wikipedia o sul suo sito ufficiale.
Ciò che più mi ha colpito in lui, oltre ad una modestia non comune in chi pratica alpinismo moderno o tradizionale, è stato l'approccio amichevole e umile con il quale si è rivolto alla platea.
 
Non ha parlato di gradi di difficoltà, non ha sciorinato i suoi successi come un cacciatore che mostra orgoglioso le prede sulla sua parete del salotto, non si è perso in tecnicismi comprensibili solo per gli scalatori duri e puri, non ha lodato sè stesso o le sue eccezionali capacità, non si è pavoneggiato con i suoi ambiti premi o gli altisonanti titoli che stampe e media gli conferiscono.
Hervé ha parlato di emozioni.
Le emozioni che la montagna può dare a chi gli si avvicina con gli occhi di chi ha ancora la capacità di sognare, di vederla con la convinzione che non tutto è stato già fatto, che non tutto è stato già esplorato.

Oggi la tecnologia ci permette di gettare uno sguardo in ogni angolo di questo mondo restando comodamente seduti a casa nostra oppure di osservare in tempo reale le condizioni di un pendìo innevato o di un rifugio in montagna. Ma le innumerevoli emozioni che ciascuno può vivere in montagna sono diverse per tutti e per la maggior parte ancora inesplorate. E queste emozioni non possono prescindere dall'azione: non si può vivere un'emozione in montagna senza camminare sulla montagna, senza percorrerla, senza scoprirla, senza esplorarla.
 
Non a caso il titolo della sua presentazione era "Emozioni verticali. Esplorazione e avventura".
 
Ci si sarebbe aspettato che un grande alpinista come lui facesse da testimonial al Corso di Alpinismo presentato quella sera. Invece, in uno dei primi video trasmessi, ciò che si vede sono delle mani fratturate per un incidente in montagna e come se non bastasse ecco a schermo uno dei momenti in cui lui stesso ha rivelato di aver avuto paura di morire: davanti ad una inaspettata caduta di pietre, ghiaccio e polvere che l'ha sfiorato durante una scalata su cascate di ghiaccio in Pakistan. Pochi istanti ma da autentico brivido.
Non certo un grande inizio, verrebbe da pensare, eppure da quelle mani gonfie e livide e da quello scampato pericolo Hervé ha saputo tirare fuori un buon insegnamento: che il Corso di Alpinismo, che qualsiasi corso di alpinismo, non ci garantisce la sicurezza totale. Che in montagna non esiste la sicurezza totale, come del resto non esiste da nessuna parte. Che in montagna il rischio c'è (se ne parla così poco, anche se troppo spesso in TV la montagna fa notizia solo quando ci scappa il morto) forse ci appare molto alto perchè non lo conosciamo, ma che questo rischio ci aiuta a pensare ognuno con la propria testa, a ragionare, a imparare a valutare, ma soprattutto a riconoscere (e sovente ci vuole molto coraggio) quando è il caso di tornare indietro.
 
Troppo spesso si guarda alla montagna come all'ambiente del "NoLimits", del record imbattuto da raggiungere ad ogni costo, della spedizione negli angoli più remoti del mondo, della scalata così estrema da risultare irripetibile.
Hervè ha demolito queste convinzioni rivelando che le emozioni più belle ed intense le ha vissute sulle nostre Alpi, o meglio sul Cervino, con un compagno di cordata molto particolare: suo padre.
Qui mentre la conversazione mutava via via verso un'atmosfera da racconti attorno ad un fuoco di bivacco o da chiacchierata serale al tavolo di un rifugio ha parlato dell'importanza della fiducia nel compagno di cordata e del valore dell'intesa che si crea tra le persone quando una corda li lega assieme per la vita.

Quasi inutile riportare il paragone ai propri compagni di cordata nella vita di tutti i giorni (mogli e mariti, fidanzati e fidanzate...) ai quali si è automaticamente portati a pensare.
Le immagini scorrono veloci sullo schermo: canaloni di roccia e verglas ad altezze vertiginose, immagini da telecamere su caschetti e da elicotteri che mostrano cime innevate, ascensioni in solitaria, corde, ramponi, piccozze e bivacchi in parete.
Poi la cima...il cielo azzurro ed acceso...il panorama mozzafiato...ed ecco inquadrate due mani che si stringono per i consueti complimenti tra compagni di cordata. Ed il tempo si ferma.
Un momento del genere batte ogni altra immagine anche la più adrenalinica ed arriva al cuore.
Ti ricorda che quelli che stai guardando sono esseri umani, così lontani da ogni altro essere umano ma in quel momento così vicini tra di loro.
 
Hervé ha saputo racchiudere e sintetizzare un'emozione in un gesto, mostrando il suo lato più umano.
E non è tutto. Di tutta l'ascensione in solitaria sul Cervino uno dei momenti più significativi...un bicchiere di vino condiviso con suo padre prima di partire, lo stesso padre che poi più tardi, quasi prossimo a consumare le lenti del binocolo a furia di scrutare la parete della montagna, ha raggiunto suo figlio a metà percorso.
 
Ciliegina finale su questa torta di emozioni senza fine: Hervè mi colpisce al cuore e colpisce il cuore di questo Blog rivelando di avere un attaccamento particolare con il Cervino perchè con il Cervino ci parla.
Quella montagna, simbolo per eccellenza dell'alpinismo, ha la possibilità di ascoltarti ed ha una voce. Una voce che si ode bene a 4478 metri di altezza e mentre scorre la ripresa di una camminata in vetta che lascia a bocca aperta (e con un sussulto al 0:22), Hervé Barmasse rivolge un commento a tutti quelli che vengono spesso definiti gli "alpinisti della Domenica" (mi riconosco perfettamente in questa categoria): quando chiede in giro «Perchè sali in montagna?» le risposte non sono mai «la ricerca del rischio, della vertigine, del freddo» (ci mancherebbe altro) quanto magari la ricerca di noi stessi, del panorama, il desiderio di osare, di fuggire dalla città...qualche volta è la ricerca del "difficilissimo-altissimo-freddissimo" ma negli "alpinisti della Domenica" Hervè ha trovato risposte ancora più forti, risposte che non hanno bisogno di essere espresse con le parole.
«Non hanno bisogno di rispondere. La loro risposta si può leggere nei loro occhi che brillano quando gli parli di montagna, il loro cuore arde di desiderio prima ancora di essere partiti e si vede dai loro occhi, la ricerca di un momento, magari vissuto in piccolo, di gioia autentica» ed è alla fine ciò che spinge anche lui, non la ricerca dell'estremo ma quella voce che gli dà gioia, che in quel momento lo fa sentire bene. Un momento che rivive nel pensiero con passione. Quel momento in cui, dice citando il titolo di un famoso film di Roberto Benigni, "la vita è bella".

Quindi grazie Hervé per aver condiviso la tua montagna con noi, perchè questo è stato un regalo prezioso di cui conserverò piacevolmente il ricordo.



sabato 4 aprile 2015

Uja di Calcante (Parte 1)

Uja di Calcante. 1614 m.

È da diverse settimane che corteggio questa montagna. Durante la settimana l'aria è tersa e il sole splende, tutto fa presagire un'escursione piacevole. Poi il tempo peggiora, o i compagni di escursione non riescono a liberarsi oppure gli impegni si affollano e mi costringono a dedicare molto meno tempo del previsto ai miei progetti di montagna.

Ma quella punta aguzza (Uja in patois) continua ad attirarmi, leggermente velata di neve, mostrando il suo profilo frastagliato e la sua lunga cresta sud che scende fino al Colle Pra Lorenzo e prosegue verso Monte Bellacomba e Punta d'Aprile. 

Questa cima ha un fascino che fatico ad interpretare, un fascino a cui faccio fatica a resistere.
Così una Domenica provo ad avvicinarmi per capirla meglio, per provare ad ascoltarla più da vicino.

Parcheggio l'auto non lontano dalla frazione Malerba di Traves, seguo la strada fino all'ultima casa e poi devio a destra su una scala indicatami da un'anziana del luogo che mi suggerisce di salire seguendo la "röia". Terminata la scala infatti incontro il sentiero e una stretta roggia per l'acqua.
Devio a sinistra e seguo un lungo tratto di sentiero accanto al piccolo canale che prosegue quasi perfettamente in piano fino al Colle Figiai, poi imbocco il breve tratto 256 che mi porta dentro una macchia d'alberi fino a Pian Bracon in un incantevole boschetto di betulle ed una tettoia, frutto del lavoro dell'assessorato alla montagna della regione Piemonte, come indica un evidente cartello.

Mi soffermo a chiacchierare con un uomo intento a godersi il sole alto e mi descrive con toni da innamorato il sentiero che mi separa dalla meta: il sentiero a gradoni bassi dedicato a Pier Giorgio Frassati, tanto legato a quella montagna e a quei luoghi...le rocce attorno alla zona delle miniere, così simili al set di qualche vecchio film western al punto da aspettarsi di veder sbucare i Pellerossa dietro di esse, pronti per un'imboscata...la freschezza e la purezza dell'acqua a Fontanette, ultimo punto acqua prima dei tornanti verso Colle Pra Lorenzo che mi garantisce essere uno spettacolo unico in primavera quando colori e profumi esplodono con il massimo di tutta la loro energia.
Unica nota dolente: la tanto agognata cima è separata dal Colle Pra Lorenzo da un sentiero che "occorre un po' inventare" e che a suo avviso richiede almeno altre tre ore da Pian Bracon. Inutile descrivere il mio sconforto: non ho tutto questo tempo e dopo Fontanette la neve è sufficientemente fusa da impedire un passaggio agevole.

Torno quindi indietro, più deciso che mai a riprendere il cammino in un'altra occasione.


Il sentiero (almeno la parte percorsa) che conduce all'Uja di Calcante è piacevole e non particolarmente impegnativo. Attenderò con ansia l'occasione per terminare ciò che ho iniziato.

Clicca qui per leggere il post Uja di Calcante (Parte 2)