sabato 20 luglio 2013

Perla del mese - Luglio

La montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti:
per coloro che desiderano il riposo nella quiete
come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte.

[Guido Rey]

martedì 16 luglio 2013

Gradi di difficoltà nell'escursionismo

Per potersi divertire durante un'escursione è necessario che ognuno selezioni il percorso più adatto alle proprie capacità. Scegliere bene il percorso è molto importante per calibrare l'escursione (la sua durata, la linearità del percorso, il dislivello, la variabilità del terreno, la sua esposizione, l'equipaggiamento, la scorta d'acqua, le possibili tappe, etc...) e per farlo dobbiamo tenere conto delle nostre forze fisiche e anche psicologiche.
Generalmente le escursioni sono classificate con un grado di difficoltà.
La scala delle difficoltà escursionistiche è suddivisa secondo la metodologia CAI:




T = Turistico. È il percorso più semplice che possiamo incontrare. L'itinerario si svolge su strade forestali, stradine sterrate o facili mulattiere sempre bene indicate e senza problemi di orientamento nei casi di nebbia o cattivo tempo. I dislivelli sono contenuti entro i 250 o 300 m e la lunghezza dell'itinerario è generalmente compresa nelle tre ore. Si tratta di passeggiate un po' lunghe che richiedono una scarpa sportiva, non necessariamente lo scarpone.
E = Escursionistico. Qui l'itinerario può superare le tre ore, è complesso e si svolge su sentiero difficile, magari anche di differente tipologia, dal prato di un pascolo alle asperità di una pietraia. Il terreno dunque è sconnesso, possono mancare i segnali. I dislivelli superano i 500 m e talvolta i 1000. Può anche svolgersi su sentieri innevati. È inoltre richiesta una minima capacità nell'orientamento, conoscenza di carte e bussola, esperienza di montagna e dei pericoli, un discreto allenamento ed equipaggiamento adeguato.
EE = Escursionistico per Esperti. Sono itinerari generalmente segnalati ma con qualche difficoltà: il terreno può essere costituito da pendii scivolosi di erba, misti di rocce ed erba, pietraie, lievi pendii innevati o persino singoli passaggi rocciosi di facile arrampicata (uso delle mani come appoggio in alcuni punti). Probabile assenza di sorgenti. Pur essendo percorsi che non necessitano di particolare attrezzatura, si possono presentare tratti attrezzati se pur poco impegnativi. Richiedono una discreta conoscenza dall'ambiente alpino, passo sicuro ed assenza di vertigini. La preparazione fisica deve essere adeguata ad una giornata di cammino abbastanza continuo.
EEA = Escursionistico per Esperti Attrezzati. Sono percorsi particolarmente impegnativi e richiedono una profonda conoscenza della montagna e delle proprie capacità. Come il livello precedente ma che in più richiede l'uso dei dispositivi di auto assicurazione come corde, imbrago, discensore, moschettoni etc...

EAI = Escursionistico in Ambiente Innevato. Questo tipo di itinerario richiede l'uso di attrezzatura da neve, come ad esempio le racchette. Generalmente non presenta eccessive pendenze o tratti esposti. Il percorso è ben segnato.
È da considerare che il livello di difficoltà non tiene conto delle avversità atmosferiche. In condizioni di maltempo anche un sentiero semplice può presentare delle difficoltà. Inoltre la classificazione descritta si basa generalmente sul singolo passaggio difficile: basta un brevissimo tratto particolarmente esposto su un sentiero nel complesso molto semplice per classificare l'intero percorso come difficile. Consultare una carta con il percorso segnato prima di partire è sempre una buona regola da rispettare.

I percorsi escursionistici all'estero seguono una differente classificazione.
La scala di difficoltà stabilita dal CAS (Club Alpino Svizzero) è strutturata secondo le seguenti categorie:
  • T1 ESCURSIONE: il sentiero è ben tracciato, su terreno pianeggiante ed è privo di tratti esposti. Non richiede alcun tipo di equipaggiamento specifico.
  • T2 ESCURSIONE DI MONTAGNA: il sentiero è tracciato e presenta salite o tratti in pendenza. Può presentare tratti esposti o tratti di terreno leggermente accidentato. È richiesto un equipaggiamento minimo, un discreto allenamento e una semplice conoscenza delle basi dell'orientamento.
  • T3 ESCURSIONE DI MONTAGNA IMPEGNATIVA: Si presentano tratti esposti, può essere richiesto l'uso delle mani come appoggio o per mantenere l'equilibrio. Può verificarsi la necessità di dover affrontare passaggi complessi su terreno accidentato o su pendii scivolosi. Richiede una buona conoscenza della montagna e un equipaggiamento specifico adatto a partire dalle calzature adeguate come ad esempio gli scarponi, oltre ad una buona dose di allenamento fisico.
  • T4 ITINERARIO ALPINO: L'uso delle mani per la progressione diventa più frequente. L'itinerario è meno tracciato ed i passaggi su pendii esposti, roccette o su nevai è molto probabile. Anche la durata del percorso aumenta. Si richiede quindi una buona capacità di valutazione del terreno e una maggiore preparazione fisica.
  • T5 ITINERARIO ALPINO IMPEGNATIVO: Spesso senza traccia, con passaggi di arrampicata fino al II grado. Possono presentarsi ripidi ghiacciai, diedri con strutture fisse (catene o scalette), sentieri o nevai esposti ed impegnativi. È richiesta una alta conoscenza dell'ambiente alpino e delle proprie capacità fisico-psichiche. Necessaria attrezzatura specifica adeguata e conoscenza di base di attrezzature come corda, piccozza e ramponi.
  • T6 ITINERARIO ALPINO DIFFICILE: Sono gli itinerari più difficili, richiedono un'elevata preparazione e una eccellente conoscenza dell'ambiente alpino, oltre ad una dimestichezza nell'uso di materiale tecnico d'alpinismo. Sono percorsi ripidi ed esposti, su terreno accidentato e generalmente senza traccia con passaggi di arrampicata fino al II grado.
In Francia si utilizza una scala ancora differente:
  • R1: Escursione di tipo più semplice ed accessibile a tutti, facile. L'itinerario è evidente sul sentiero segnalato. Non richiede abilità particolari o attrezzatura specifica.
  • R2: Escursione accessibile alla maggioranza degli escursionisti. L'itinerario può avere dei passaggi fuori sentiero, ma non presenta difficoltà rilevanti. Generalmente consigliata una discreta preparazione.
  • R3: È il tipo di itinerario che richiede una certa esperienza, e può svilupparsi su terreno parzialmente esposto o accidentato. Richiede una buona capacità di valutazione del terreno e nozioni di orientamento.
  • R4: Itinerario per escursionisti esperti. Passaggi esposti o con notevoli pendenze, tratti scoscesi. L'itinerario non sempre è ben visibile o adeguatamente segnato. Richiesta una buona capacità di orientamento.
  • R5: Escursione che si avvicina all'alpinismo facile. Progressione su ghiacciaio, uso della corda, di piccozza e ramponi, passaggi molto esposti, livelli di arrampicata nei primi gradi. È indispensabile una elevata capacità fisica e un adeguato equipaggiamento.

domenica 14 luglio 2013

Vipere

Occhio verticale posto lateralmente sulla testa ben definita e dalla forma triangolare se osservata dall'alto, un corpo tozzo bruno o grigio chiaro con una colorazione solitamente più scura o nera lungo la parte superiore che crea disegni a macchiette o a striature continue, una coda corta da una parte e un naso rivolto all'insù dall'altra.
Abbiamo appena descritto a grandi linee l'aspetto di una Vipera Comune. Vipera Aspis.
Solitamente con il nome di vipera identifichiamo un serpente velenoso abbastanza diffuso in Italia e in parte del resto dell'Europa (assente in Sardegna e Corsica) attivo nelle stagioni calde che generalmente popola pascoli e pietraie tra i 500 ed i 2000 metri di altitudine, prediligendo luoghi assolati e secchi.
In realtà si possono trovare almeno quattro specie distinte di vipera.
La Vipera Comune è la più diffusa, la Vipera Berus anche nota con il nome di Marasso caratterizzata da una striatura scura a zig-zag sul dorso e che popola prevalentemente l'arco alpino settentrionale, la Vipera Ammodytes o Vipera dal Corno, diffusa nel nord-est dell'Italia, sulle montagne dell'Austria in Romania e lungo la penisola balcanica fino alle alture della Turchia, così chiamata per la sporgenza molto accentuata sul muso e caratterizzata da una colorazione grigio-nera, e per finire la Vipera Ursinii o Vipera degli Orsini, una specie poco diffusa e recentemente protetta che popola prevalentemente l'appenino centrale italiano.

L'aspetto dunque varia in base alla specie ed alla diffusione geografica. Ciò che invece accomuna tutte le vipere sono una serie di leggende assurde che perseguitano questo rettile ed ovviamente il timore (a volte portato assurdamente alla follia) di cadere vittime del suo morso.

Chiariamo subito un concetto importante: le vipere non volano, non vengono paracadutate dagli elicotteri, non compiono grandi balzi, non partoriscono sugli alberi, non attaccano calandosi dai rami...non lasciano buchi nella carne evidenti quanto i vecchi libri di erpetologia a volte fanno sembrare.
La vipera non passa il suo tempo dilettandosi a mordere l'uomo nella speranza di fargli subire atroci sofferenze.

Al contrario la vipera è una creatura piuttosto schiva, timida e tranquilla ed essendo un animale a sangue freddo, preferisce restare immobile, possibilmente al sole, ad attendere le sue prede: topi o piccoli roditori, lucertole, piccoli uccelli, talvolta rane ed anfibi di taglia ridotta.
Certamente occorre fare attenzione, durante le escursioni nei prati e nei boschi alla ricerca di funghi o asparagi selvatici o magari quando siamo in montagna per una passeggiata o un pic-nic, per evitare di venire morsi accidentalmente da una vipera.

Il veleno della vipera è una sostanza molto irritante che provoca con una brevissima latenza dolore, gonfiore nella sede del morso, con un effetto emo-tossico che compromette l'integrità delle cellule del sangue. La sede del morso presenterà con tempi relativamente brevi una pelle cianotica e gonfia.
Per fortuna la vipera morde raramente soprattutto creature che non rientrano tra le sue possibili prede e non necessariamente inietta il veleno ad ogni morso.
Generalmente la vipera morde anche nel caso si senta minacciata ed in questo caso assisteremo a differenti ma evidenti segnali che precedono l'attacco: la vipera emette dei soffi, si gonfia per apparire più grande e minacciosa, raccoglie e solleva la parte anteriore del corpo per effettuare uno scatto rapido in avanti.





Cosa fare quindi in caso di morso?
Innanzitutto niente panico! È comprensibile che possa risultare difficile ma è necessario non perdere la calma e cercare per quanto possibile che la persona colpita non si agiti e resti calma e cosciente. Agitarsi non farà altro che favorire la circolazione del veleno all'interno del corpo.
Occorre tenere presente che nella media annuale di circa 200-250 morsi di vipera all'anno solo uno può risultare mortale e tale pericolo si presenta solo nei casi di bambini molto piccoli, persone anziane o deboli o con problemi di salute oppure allergiche a specifiche componenti del veleno.
Nei casi non gravi l'iniezione del siero, che viene effettuata in ospedale, può avvenire con successo anche tre giorni dopo il morso.

E proprio parlando del siero anti-vipera ci imbattiamo in numerose altre tecniche assurde e spesso persino pericolose e dalle conseguenze nefaste utilizzate come rimedio contro il morso.
Prima tra tutte il siero anti-vipera fai-da-te:  il siero è un presidio esclusivamente ospedaliero che viene somministrato da un medico competente dopo i dovuti accertamenti per evitare allergie o uno shock anafilattico. Inoltre il siero perchè sia efficace viene mantenuto a temperature molto basse: dai 2°C ai 6°C difficilmente riproducibili all'interno di uno zainetto o in tasca durante una camminata.
Seguono il siero tutti gli altri sistemi errati per rallentare la circolazione del veleno.
L'incisione della pelle nei pressi del morso non fa altro che favorire il contatto tra il veleno ed il sangue.
La suzione che potrebbe avere conseguenze gravi anche per il soccorritore se il veleno venisse a contatto con lesioni della bocca o delle mucose orali.
Il ghiaccio applicato sul morso che potrebbe aumentare il rischio di necrosi.
Il laccio emostatico stretto in prossimità del morso può impedire eccessivamente la circolazione del sangue.

Il rimedio migliore rimane unicamente il più sensato: non allarmarsi, contattare i soccorsi con il 118, pulire e disinfettare la regione del morso, applicare una fasciatura con una semplice garza elastica per ridurre (non arrestare) la circolazione del veleno nei sistemi linfatici in direzione del cuore, restare vicini alla persona morsa aiutandola a mantenere la calma nell'attesa dei soccorsi.

Anche se siamo da soli, sarà necessario rimanere vigili e stabilire il giusto compromesso tra non agitarsi e portarsi in una zona dove possibile chiedere aiuto (un rifugio, una baita abitata, un paese, una zona del sentiero più frequentata...)





martedì 9 luglio 2013

Rifugio Vallanta

Da diverso tempo si cercava di organizzare una bella escursione di due giorni.
Le proposte erano tante e tutte molto interessanti. Ma alla fine ha vinto lui. Il Gigante delle Cozie.
Non avevo ancora mai avuto l'occasione di andargli così vicino. Fino ad ora.
Partiti di buon mattino Sabato ci dirigiamo verso Saluzzo. Oltrepassato il centro abitato, deviamo verso "Piasco - Valle Varaita - Colle dell'Agnello".
La strada prosegue lungo la valle, a Casteldelfino poi in direzione "Pontechianale - Colle dell'Agnello".
La partenza del sentiero che porta alla nostra destinazione finale, il Rifugio Vallanta, si trova a Castello (1603 m), una piccola frazione di Pontechianale nei pressi della Diga.

Il cielo è limpido e l'aria calda sul sentiero assolato cede gradualmente il posto a temperature più fresche man mano che procediamo sulla GTA verso il vallone Vallanta.
La prima rampa sulla sinistra del Vallone è ripida e sale con decisione abbandonando presto l'ombra del bosco e lasciando spazio al vasto pianoro erboso del Vallone Vallanta.
Il sentiero U9 è ben indicato e procede costeggiando il Torrente Vallanta con una pendenza lieve.
La mulattiera prosegue oltrepassando alcune baite isolate, il paesaggio gradevole invita a frequenti pause e naturalmente stimola l'appetito.
Decidiamo dunque di fermarci per il pranzo poco dopo aver oltrepassato Gias d'Ajaut a 2036 m all'ombra della Cresta Savaresch. Dall'altra parte della vallata è appena visibile tra le nuvole basse che ora vanno lentamente addensandosi, il sentiero che porta al Bivacco Berardo.
Procedendo verso il rifugio, accompagnati dallo scroscio del torrente, si affianca Punta Tre Chiosis. Da lì il sentiero giunge ad un bivio, ma entrambe le vie portano al rifugio. Consiglio di tenere la sinistra con un sentiero che assume una pendenza maggiore e dopo qualche tornante si supera la diramazione che porta al Monte Losetta e si raggiunge il rifugio.
L’inaugurazione del rifugio Vallanta è avvenuta il 25 settembre del 1988. Si tratta di un edificio a 2450 m di altitudine, articolato su
pianta a forma di triangolo rettangolo, coperto da un tetto a falda unica. Il rifugio è moderno e confortevole, ben inserito nell’ambiente circostante.
Il rifugio e munito di impianto elettrico, grazie ad una centralina idraulica che sfrutta le acque del laghetto della Bealera Founsa situato vicino alla struttura. Proprio grazie alla propria energia elettrica, il rifugio è stato successivamente dotato di riscaldamento
elettrico, anche nei periodi in cui la struttura è chiusa per la pausa invernale. È inoltre munito di acqua corrente e servizi igienici interni, con docce calde. Offre inoltre servizio bar, ristorante ed alberghetto.

Sono disponibili 25 posti nel locale invernale e 50 posti letto in quello estivo, con un totale di 75 posti letto disponibili in estate a prezzi nella media: 20,00 € per il pernottamento (sconto del 50% per i Soci C.A.I.) e meno di 50,00 € per includere la colazione e la deliziosa cena (circa 35,00 € per i Soci C.A.I.)
Inutile dire che l'ospitalità è delle migliori.
La calda accoglienza dei gestori al nostro arrivo e la cordialità degli altri alpinisti e dei visitatori che affrontano il giro del Viso o che si cimentano con le numerose vie di roccia, si oppongono al freddo umido che fuori ha abbassato la temperatura fino a 12° C.
La nebbia e le nuvole basse corrono rapide sulla superficie del laghetto, l'aria è fredda ed umida ma decidiamo comunque di
accamparci fuori con le nostre tende e la nostra audacia.
Quindi, dopo una cena al rifugio che non da nessuno spazio all'insoddisfazione, fissiamo una possibile meta per il giorno seguente nell'eventualità che il tempo migliori. La meta più allettante sembra essere il Monte Losetta a 3054 m
Il sentiero U13, classificato con difficoltà E, porta al Passo Losetta a 2872 m dopo una serie di tornanti su pendio roccioso. Quindi risale lungo una cresta fino alla vetta. Considerando dunque il dislivello che potrebbe attenderci, lasciamo il rifugio e torniamo alle nostre tende sulla sponda del lago. Ci lasciamo cullare dal leggero mormorìo del vento nell'attesa della giornata successiva.
La Domenica il tempo non è dei migliori. Dopo una sostanziosa colazione all'ombra del Monviso, proviamo a partire ma poco dopo il vento foriero di nuove nuvole ci raggiunge lungo il sentiero coprendo totalmente il sole.
Oltrepassiamo un nevaio e siamo nuovamente avvolti dal freddo e dalla nebbia. Optiamo dunque per tornare indietro e dopo una breve pausa al rifugio facciamo ritorno a Castello.
In definitiva il percorso che porta al rifugio è piacevole e ben segnato. Si procede senza problemi accompagnati da occasionali incontri con la fauna della valle.

Il tempo atmosferico non ha permesso di completare il nostro itinerario ma troveremo senza dubbio un'altra occasione per ritornare ancora tra quelle cime. 
Ringrazio ancora Cristina, Roberta e Stefano per la piacevolissima compagnia e per gli intensi momenti vissuti insieme.