venerdì 28 giugno 2013

Perla del mese - Giugno

Ho imparato che tutti, al mondo, vogliono vivere in cima alla montagna
 senza sapere che la vera felicità sta in come si sale la china.

[Gabriel Garcia Marquez]

lunedì 24 giugno 2013

Fulmini in montagna - comportamenti da adottare

FALSE CREDENZE
  • Il fulmine è un pericolo sempre mortale. - Falso.
  • L'ideale per proteggersi da un fulmine è una faglia, una piccola nicchia sotto una roccia o sotto uno strapiombo. - È esattamente il contrario.
  • Il fulmine colpisce di preferenza tutte le masse metalliche, indipendentemente dalla loro forma. - No, una roccia appuntita sarà più pericolosa di una massa metallica arrotondata.
Una folgorazione è rara in pianura ma molto meno in montagna. Ciò appare logico quando si conosce il meccanismo del fulmine.

Non vi è fulmine senza cumulo-nembi. Il cumulo-nembo è la sola nuvola che si accompagna alla grandine o alla folgore. Il suo sviluppo verticale è il maggiore perché va dai bassi strati fino ai limiti della tropopausa. Questa è tanto più alta quanto più ci si avvicina all'equatore, il che spiega l'eccezionale violenza dei temporali sotto le latitudini intertropicali.
L'interno della nube è la sede delle ascendenze e delle discendenze molto forti (più o meno 20 m/sec) che assicurano un ciclo verticale alle particelle d'acqua fino a che queste diventano ghiaccio negli alti strati. Questi movimenti molto vasti creano una ionizzazione della nuvola che diventa, in poche ore, un gigantesco accumulatore elettrico la cui energia equivale per una nuvola media a milioni di kilowatt.
Schematicamente, le cariche positive si accumulano sulla sommità e le negative nella parte inferiore. La superficie della crosta terrestre è normalmente ricoperta di cariche negative, ma la polarità s'inverte sotto la nuvola, creando differenze di potenziale di parecchie centinaia di milioni di volt, tra la base della nuvola e il suolo.
È lo strato d'aria esistente tra la nuvola e il terreno che funziona da dielettrico, più comunemente chiamato isolante. Con l'avanzare della giornata, soprattutto in estate, il calore del sole accelera i movimenti convettivi sotto la nuvola, spiegando la maggiore frequenza dei temporali estivi verso la fine del pomeriggio.
L'attività dei fenomeni meteorologici è in linea generale accelerata dal passaggio sulle catene montuose: si tratta di quella che viene chiamata influenza orografica. Il rilievo è spesso il destabilizzatore che scatenerà il temporale, da una parte a causa del sollevamento che provoca, dall'altra parte a causa dell'avvicinamento del suolo con il cumulo-nembo.
Si può quindi immaginare quale messa a terra ideale può rappresentare ad esempio il massiccio dei Drus, irto di punte granitiche, quando un cumulo-nembo che arriva da ovest senza trovare ostacoli lo investe. La statua della vergine carbonizzata che domina i Drus ne è la testimonianza.
La folgore è attratta dalle zone del suolo ricche di cariche positive.
Ora, esiste una legge fisica secondo la quale le cariche positive si concentrano sulle zone a forte curvatura, cosa che ha come effetto di aumentare il campo elettrico. La curvatura più forte è la punta, è quindi su tutti gli oggetti appuntiti che il fulmine si dirigerà preferibilmente. I parafulmini o gli alberi isolati in pianura, i picchi rocciosi in montagna. A pari altezza un massiccio come i Drus sarà colpito molto più spesso dalla folgore proprio a causa delle sue punte rocciose direzionate verso il cielo. L'effetto prodotto dalla punta riguarda esclusivamente la forma e non il materiale, come si crede spesso.
Come proteggersi dal fulmine in montagna?
Non perdere tempo, non appena si vede arrivare la grossa massa grigio violacea di un cumulo-nembo soprattutto quando si sente quel crepitio dovuto all'ionizzazione dell'aria.
Bisogna dapprima evitare un impatto diretto con il fulmine: ci si deve quindi allontanare in fretta da ogni prominenza, da ogni cresta. Se si è su una cresta, bisogna scendere almeno di 20-30 metri in altezza dalle cime.
Si deve cercare riparo allontanandosi da un potenziale punto di impatto: si è molto più al sicuro ai piedi di una roccia che isolati in mezzo ad un alpeggio, di cui rappresenteremmo noi stessi il punto prominente. L'importante è conoscere poche regole:
- La roccia presso la quale si cercherà riparo avrà un'altezza di almeno 5 metri, ancor meglio se sarà più alta. Per esempio 20 metri.
- Si calcoli che la zona riparata da un impatto diretto da questa roccia corrisponda a un cerchio che abbia come centro questa roccia e il cui raggio sia uguale alla sua altezza.
- La zona ideale è in realtà una corona, perché sarà opportuno sedersi a una distanza di almeno 2 metri dai piedi della roccia, per evitare di cadere vittima delle correnti di derivazione.

Questa protezione ideale non è quindi quella che l'istinto ci ordinerebbe, ossia i buchi, le fessure, le
grotte, il riparo di uno strapiombo: tutti questi nascondigli sono particolarmente colpiti da fulmini, specialmente se si tiene conto delle correnti di scarica, che seguono immediatamente l'impatto di un fulmine.
Queste correnti di scarica si dirigono verso la crosta terrestre attraverso i percorsi di minore resistenza elettrica, ossia gli stessi in cui transita l'acqua che ha un'ottima conducibilità elettrica: fessure, buchi, canaletti di scolo, grotte...
Questi nascondigli che costituiscono una tentazione sono invece trappole da evitare.
Occorre sedersi su un sacco, su un fascio di corde e non dimenticare che il corpo, soprattutto se è inumidito dalla pioggia o dal sudore, offre meno resistenza della roccia e sarà quindi un percorso privilegiato. Ci si appallottolerà su sé stessi, in modo da diminuire il più possibile la distanza tra i punti di contatto del corpo con una parete se si trova alle nostre spalle. La differenza di potenziale creata è infatti proporzionale a questa distanza.
Si provvederà affinché la piccozza o altri oggetti a punta non sporgano dallo zaino.
Con queste precauzioni diminuirete considerevolmente i rischi.

In Francia vi è ogni anno una media di 28 decessi per folgorazione, di cui 9 in montagna.
Su 16 persone colpite dal fulmine e curate, a Chamonix, in un anno, vi sono stati 7 morti e 9 sopravvissuti. Questa seconda cifra conferma che folgore e morte non si accompagnano necessariamente.
René Desmaison ne è uno dei numerosi testimoni, colpito da quattro scariche nell'Agosto del 1966 proprio sulla parete del Drus e sopravvissuto.


sabato 22 giugno 2013

L'alta montagna - l'errore più grave è sottovalutarla.

L'alta montagna è un ambiente particolarmente faticoso, quando al freddo e all'altitudine si aggiungono la tempesta, l'angoscia dei passaggi difficili, l'ansia di vedere un compagno di spedizione cedere, la paura di non essere all'altezza. La montagna non seleziona solo gli individui, ma anche le squadre. Non perdona coloro che s'impegnano alla leggera senza conoscersi profondamente. È anche spietata sia con il giovane che sopravvaluta la sua forma sia con il vecchio arrampicatore esperto troppo sicuro di sé che forza le cose.
Uno dei fattori naturali da tenere maggiormente sotto controllo è la temperatura.
Con l'altitudine il freddo aumenta: la temperatura scende di circa 1° C ogni 100 m negli strati medi.
Nello stesso tempo aumenta il vento e con esso il raffreddamento da convezione, che è proporzionale alla superficie corporea esposta.
Un terzo fattore varia con l'altitudine, controbilanciando parzialmente i due precedenti: l'umidità relativa.
La conduzione termica dell'acqua è venti volte superiore a quella dell'aria, il che spiega perché un freddo umido è sopportato meno bene di un freddo secco. Con l'altitudine questa umidità diminuisce molto in fretta (certamente più in fretta della pressione):
- a 2000 m l'umidità relativa è diminuita del 50% in rapporto al livello del mare.
- a 4000 m è diminuita del 75%.
Si può morire di freddo di notte in alta montagna e rischiare un colpo di calore durante la giornata. I peruviani che, da secoli, hanno adottato un cappello a larghe tese, ne sanno qualcosa. L'irradiazione solare apporta all'organismo un flusso di calore che è proporzionale alla superficie cutanea esposta, potendo raggiungere valori considerevoli di 1000 watt/m², particolarmente nell'atmosfera rarefatta dell'alta montagna. Non bisogna trascurare neppure i raggi infrarossi di grande lunghezza d'onda che rimbalzano dalle rocce. Bisognerà dunque tenerne conto in queste circostanze e proteggersi la testa.
Abbiamo detto che a 4000 m l'umidità relativa è diminuita del 75%. Oltre i 6000 m l'aria inspirata è praticamente secca.
Qualunque sia l'altitudine, in compenso, l'aria dei polmoni è satura di vapore acqueo dopo il suo tragitto attraverso le mucose delle vie aeree superiori e la sua permanenza negli alveoli polmonari dove si è liberata di una parte dell'ossigeno e si è arricchita di anidride carbonica. La conseguenza è che ad ogni espirazione, l'organismo si disidrata un po'. Come del resto la mancanza d'ossigeno è compensata da un'iperventilazione tanto più forte quanto più siamo in alto e in pieno sforzo, cosa che aggrava maggiormente il nostro bilancio idrico. Ne risulta una perdita respiratoria d'acqua che raggiunge normalmente i 200 ml all'ora, ossia un litro per 5 ore di avanzamento in altezza.
Per poco che si sia esposti ai raggi del sole, particolarmente intenso in altitudine, avremo una nuova perdita attraverso la sudorazione, che conduce a bilanci giornalieri di 4 o 5 litri. Quasi altrettanto che nel deserto!
Bere ghiaccio è un errore per una duplice ragione: per il raffreddamento ch'esso provoca con i possibili rischi di congestione e per il fatto che, come la neve, il ghiaccio fornisce un liquido ipotonico, privo di sali minerali, nefasto per l'equilibrio idroelettrolitico e la digestione.
Ultimo punto negativo, l'impossibilità di inghiottire sotto forma di ghiaccio l'equivalente di 4 o 5 litri d'acqua in una giornata.
Bere acqua regolarmente è dunque indispensabile, soprattutto per le lunghe ascensioni, perché la sensazione di sete diminuisce con l'altitudine anche se l'organismo è disidratato.

venerdì 21 giugno 2013

Rocca Sella

Altro punto panoramico di notevole fama delle nostre montagne: Rocca Sella.
1508 m.s.l.m. ma con un dislivello inferiore ai 500 m considerando una partenza dalla Borgata Comba di Celle, non lontano da Caprie, in Val Susa.
Dal versante meridionale della montagna ci sono due sentieri che portano in vetta: il sentiero Nord, che aggira Rocca Sella e risale con un sentiero (difficoltà E) contrassegnato da segnaletica rossa lungo il Colle Arponetto, e il sentiero Tramontana che come indica il nome procede verso nord risalendo diritto verso la cima lungo un sentiero ripido (difficoltà EE) contrassegnato da tratti blu sulle rocce.





Partiti da Borgionera abbiamo percorso un lungo tratto fino al sentiero Tramontana, saltando la sosta a Celle.
Sulla cima nuvole temporalesche ci hanno indotto a ripartire in fretta dopo un rapido spuntino e le consuete foto di vetta.
Il sentiero Nord, reso scivoloso dal fango e dalla pioggia dei giorni scorsi, risultava impegnativo da percorrere così abbiamo optato per ritornare sui nostri passi nuovamente sul sentiero di Tramontana.
Il percorso procede spedito e diretto fino alla vetta, ma tende ad incrociare altri sentieri minori al punto che, durante la discesa, può capitare di perderlo momentaneamente di vista.

In definitiva il Rocca Sella accoglie sempre con sentieri immersi in un ambiente suggestivo ed incantevole. Il suo sottobosco ha del magico e dalla sua cima si vorrebbe non scendere mai.
Un escursione che ogni volta tocca il cuore.





mercoledì 19 giugno 2013

Riserva naturale Madonna della Neve sul Monte Lera

La settimana scorsa abbiamo dato il via ufficiale alle nostre avventure.
Partiti di buon mattino raggiungiamo Givoletto e lasciamo l'auto poco lontano da Monte Castello e dalla Chiesa di Maria S.S. Ausiliatrice.

Panoramica di Torino e la collina sullo sfondo.
In primo piano si vede il comune di Givoletto.
A sinistra il sentiero sterrato che porta al ruscello.
La giornata non è limpida, una triste foschia blocca la visuale e il caldo umido sfianca fin dal primo tratto in sterrato che porta al ruscello.
Da lì il sentiero cambia, si procede su una vasta distesa d'erba tra le giovani piante e i tronchi carbonizzati rimasti dagli incendi avvenuti in passato. Soste quasi obbligatorie sotto gli alberi ancora in grado di offrire un po' d'ombra e riparo dal sole e dal caldo implacabile.
Fino alla cresta il sentiero è facilmente individuabile grazie agli ometti di pietra e ai contrassegni rossi sui tronchi. Dalla cresta procedendo a sinistra si raggiunge la Madonna della Neve e la sua piccola Cappella a quota circa 1250 m realizzata nel lontano 1855 e restaurata nel 1887. 

L'ambiente è relativamente dolce, la zona è stata dichiarata riserva floristica integrale ed accoglie
diverse specie tra cui si può trovare anche l'Euphorbia gibelliana.
Dopo pranzo seguiamo il sentiero che porta al cippo del Lera a circa 1347 m.
Il sentiero è tracciato in modo molto chiaro grazie ai contrassegni rossi, ma si perde nella vegetazione tra le roccette proseguendo in direzione della vetta del Lera.
Decidiamo allora di tornare indietro sui nostri passi lieti comunque della piacevole camminata.

In definitiva il percorso non è particolarmente impegnativo e comunque al pari di un qualsiasi sentiero escursionistico (E)
Potrebbe risultare più complesso ed impegnativo nel periodo invernale o in presenza di neve.
Con il sentiero sul versante al sole e per l'assoluta assenza di fonti potabili si consiglia una abbondante scorta d'acqua. In condizioni di buona visibilità il panorama invita a frequenti e piacevoli pause di contemplazione.








martedì 18 giugno 2013

Introduzione

Ho cominciato ad amare la montagna da ragazzo. Quasi per caso, senza rendermene realmente conto.
Un amore sbocciato come il frutto di una naturale e forse inevitabile serie di avvenimenti.
Ora capisco quanto sia difficile riassumerlo in poche parole, ed è anche complicato rievocare tutti i ricordi più o meno intensi che mi hanno portato fin qui. Come ad esempio quando da bambino ai piedi delle montagne guardavo quelle cime e sognavo di poterle raggiungere, così semplicemente, lasciando la mano di mio padre ed incominciando a camminare. O quando partivo per le vacanze al mare e mi rendevo conto di quanto mi mancassero quei profili frastagliati all'orizzonte a cui tante persone inconsciamente si abituano.
Da ragazzino ammiravo gli scalatori, in TV e nelle riviste di alpinismo, per il loro coraggio, per la loro competenza e per la loro tenacia. Ma soprattutto per la loro passione.
Pensavo che un giorno sarei riuscito ad emularne le imprese, o quantomeno ad apprezzare come loro il valore di una vita vissuta all'ombra di quelle monumentali opere della natura.
Con gli Scout, per fortuna, ho avuto tante occasioni per camminare in montagna. Certo non era mai semplice e spesso sono stato messo a dura prova. Ma non ho mai desiderato abbandonarle.
Così crescendo, non appena si presentava una buona occasione per raggiungerle, per ritirarmi in quei luoghi, partivo con la bici e andavo da loro.
Mi capitava spesso d'estate di andarci anche da solo. Era bello. Forse perché credevo di non essere mai da solo. Parlavo con loro, raccontavo ciò che provavo. Qualche volta in silenzio, qualche volta ad alta voce come se stessi parlando ad un confidente, ad un amico. Qualcuno che sa ascoltare.
Nel 2005 una svolta. Un'amica mi porta per la prima volta in vita mia ad arrampicare. Una palestra di arrampicata indoor, non una vera e propria falesia. Tuttavia l'emozione provata è forte e il desiderio di approcciarmi alla roccia con quella nuova metodologia è grande.
Così negli anni successivi si crea un piccolo gruppo di appassionati e cominciamo a sperimentare le vie ferrate e le pareti. È meraviglioso.
Nel frattempo gli anni passano e la routine del lavoro e dei mille altri impegni prende il sopravvento. Alcuni dei compagni prendono altre strade e il tempo per dedicarsi alla montagna diminuisce drasticamente. Ma una passione come questa seppur vissuta in piccolo non svanisce mai del tutto.


Infatti un giorno, uno come tanti, senza un motivo specifico, mentre torno a casa dal lavoro in auto, una strana sensazione mi pervade e percepisco un richiamo a cui non riesco a resistere. Oltrepasso con la macchina la via che mi conduce a casa e proseguo fino alle pendici di Rocca Sella.
È quasi ora di cena, troppo tardi per salire, il tempo atmosferico non è neppure dei migliori e non sono certo vestito in maniera adeguata per partire per il sentiero. Allora resto lì a osservare la cima per un po' fino quasi al tramonto. E prendo una decisione: voglio rispondere a quel richiamo al più presto. Voglio tornare ad ascoltare la voce delle cime. Voglio tornare in montagna.
Ed ecco come nasce questo Blog.
Su di esso cercherò di pubblicare volta per volta tramite post gli itinerari che intendo percorrere ed eventualmente un breve riepilogo del percorso effettuato, oltre naturalmente a post che riguardano l'alpinismo, l'arrampicata e la montagna.
Il contenuto del Blog è indirizzato a chi vuole coltivare la sua passione per la montagna in tutte le sue forme e sfaccettature. Se sei tra questi o se sei semplicemente curioso del mondo dell'alpinismo, allora sei il benvenuto.