lunedì 30 dicembre 2013

Perla del mese - Dicembre

Sono convinto che l'alpinismo classico è ancora vivo e vitale.
L'entusiasmo dei giovani è sempre quello, lo stesso che avevamo noi.
                          [Riccardo Cassin]

giovedì 12 dicembre 2013

La piccozza da montagna

La piccozza classica è, nell'immaginario comune, il simbolo dell'alpinismo stesso, sinonimo di ghiacciaio e nevaio. Quando infatti effettuiamo un'escursione o una salita di qualsiasi tipo (escursionismo, scialpinismo, arrampicata e alta montagna) dove incontriamo questi tipi di terreni, sia per la progressione che per la sicurezza che per un'eventuale autosoccorso, questo attrezzo non può mancare, e a parte rarissimi casi esso deve essere sempre accompagnato ai ramponi.
La piccozza è uno dei principali attrezzi alpinistici utilizzati per la progressione su neve e ghiaccio e si può considerare come l'evoluzione del bastone ferrato utilizzato dalle guide alpine nelle prime spedizioni in montagna agli inizi dell'800.
Una piccozza compare nello stemma di vari Club Alpini tra cui il CAI italiano.

 
In linea di massima la piccozza classica nel suo utilizzo basilare, ossia nella camminata su terreno ripido con appoggio della stessa, si impugna afferrandone la testa, due dita sulla paletta. Due dita vanno appoggiate sul puntale con il pollice che chiude sul manico, tenendo la punta sempre in direzione del monte, sia che saliamo, sia che scendiamo un pendio. In discesa essa risulterà quindi girata al contrario, questo per essere sempre pronta ad essere conficcata il più rapidamente possibile nel pendio, qualora scivolassimo.
 
Inizialmente la piccozza era costituita da un manico in legno e da una massa battente di ferro.
Con il passare degli anni il legno è stato sostituito dall'acciaio o dall'alluminio, con impugnatura ergonomica e dragonnes di fibre sintetiche che forniscono supporto nella progressione ed evitano che l'attrezzo venga perso nel caso scivoli via dalla presa della mano.
La piccozza si compone delle seguenti parti: la testa formata dalla becca e dalla paletta solitamente forgiate in un unico pezzo a meno che non sia un modello modulabile con la possibilità di diventare martello/piccozza, o secondo attrezzo.
L'inclinazione della becca può variare a seconda delle varie case costruttrici, sempre con estrazione però verso il basso, il manico dritto o a seconda dei modelli leggermente inclinato ma assolutamente non assimilabile alle curvature per la tecnica piolet-traction per la quale si utilizzano invece piccozze specifiche.
Il puntale, leggermente diverso a seconda delle varie soluzioni adottate nei diversi modelli.

 
Esistono sul mercato piccozze classiche pensate per l'uso scialpinistico competitivo dal peso davvero ridotto, è evidente che le prestazioni straordinarie per quanto riguarda il peso, possono diventare un problema nell'uso su ghiaccio molto duro dove una buona massa battente risulta sicuramente più efficace.
Le piccozze tecniche specifiche per la cascata di ghiaccio hanno caratteristiche particolari. Si tratta comunque di una speciale evoluzione della piccozza classica che seguì l'avvento della tecnica piolet-traction, quando cioè si iniziò ad utilizzare due piccozze in trazione con le braccia per poter progredire su ghiaccio molto ripido.

Le caratteristiche tecniche più importanti di questi attrezzi sono innanzitutto la curvatura estrema della becca, studiata per una maggiore tenuta nel ghiaccio se l'attrezzo subisce una trazione verso il basso.
Oltre alla sezione ed alla forma dei denti della becca ed ai materiali utilizzati per la massa battente, l'altra sostanziale differenza riguarda la curvatura del manico per evitare di impattare con la mano la superficie ghiacciata durante la battuta.
Solitamente per la progressione su cascata ghiacciata vengono utilizzate due piccozze differenti, una con la paletta dietro la becca ed una con il martello, utilizzato per piantare chiodi da ghiaccio sulla parete.
Si raccomanda di fare molta attenzione all'uso di questo attrezzo e alla cura in fase di affilatura con macchine utensili poiché si potrebbe compromettere lo stato dei materiali che compongono la piccozza.



 
 
 

sabato 30 novembre 2013

Perla del mese - Novembre

"Ho detto prima che Preuss e Dülfer erano artisti, e lasciatemi aggiungere "artisti grandi".
Qualcuno obietterà, dicendo che per salire sulla roccia non occorre l'arte, ma soltanto il fegato.
 No!
Saper ideare la via più logica ed elegante per attingere una vetta
disdegnando il versante più comodo e facile,
e percorrere questa via in uno sforzo cosciente di tutti i nervi,
di tutti i tendini,
disperatamente tesi per vincere l'attrazione del vuoto e il risucchio della vertigine,
è una vera e qualche volta stupenda opera d'arte
vale a dire il prodotto dello spirito e dell'estetica,
che scolpito sulla muraglia rocciosa durerà eternamente,
finché le Montagne avran vita."
 

 [Emilio Comici] 
Leonardo Emilio Comici
(Trieste, 21 Febbraio 1901 – Selva di Val Gardena, 19 Ottobre 1940)
 

venerdì 15 novembre 2013

Agli albori degli alberi

Siamo nel pliocene. Abbiamo fatto cioè, un salto indietro nel tempo di oltre tre milioni di anni.
L’habitat che caratterizza il Piemonte non è molto diverso da quello attuale: le estati sono piovose e miti e gli inverni un po’ meno rigidi rispetto a quelli dei giorni nostri. Ciò nonostante facciamo molta fatica a riconoscere l’ambiente. Il paesaggio è profondamente diverso. Il mare occupa gran parte della pianura attuale. Numerose sono le aree deltizie formate dai corsi d'acqua che scendono dalle Alpi e che si tuffano in mare. L'uomo non esiste ancora, ovviamente, mentre la vegetazione è rigogliosa. Le foreste, che ricordano alcune selve del Nord America dei nostri giorni, la fanno da padrone anche se, a dire il vero, le aree deltizie offrono un ambiente nel quale le specie vegetali fanno fatica ad attecchire, solo alcune ci riescono.
Ma c'è un elemento importante da sottolineare: le acque dei fiumi depositano successioni di ghiaie più o meno sabbiose e limi più o meno argillosi che inglobano al loro interno le piante quando muoiono.
Oggi l'insieme di tali sedimenti viene chiamato dai geologi "formazione villafranchiana" e al suo interno sono state trovate piante fossilizzate di quelle antiche foreste.
I sedimenti che stanno sotto a quelli del villafranchiano dicono che prima dei conoidi dei fiumi vi doveva essere il mare. Sopra al villafranchiano, invece, i sedimenti raccontano che l'ambiente mutò ancora, in quanto il mare si ritirò sempre più verso est e il fiume, che scendeva dalle Alpi, lo inseguiva verso oriente.
Fu così che i conoidi del villafranchiano vennero sommersi da altri sedimenti portati dai fiumi.
Oggi, grazie all'alterazione dei ciottoli che si trovano all'interno dei depositi è possibile stabilire con una certa precisione l'età di tali depositi.
Nei sedimenti più antichi si nota infatti una massiccia ossidazione dei composti del ferro, oltre all'alterazione di certi minerali (feldspati) dai quali si è formata argilla.
Sono trascorsi centinaia di migliaia di anni quando, su una di quelle conoidi del villafranchiano, sono sorti paesi e città come Ciriè, Nole, San Francesco, San Maurizio, San Carlo, Villanova e Grosso. La conoide in questione è quella della Stura di Lanzo e con i suoi circa 20 km di lunghezza è una delle più imponenti che si formarono nel pliocene.
Torniamo nuovamente indietro nel tempo di tre milioni di anni, per riapparire proprio sulla conoide di Lanzo. Ciò che più colpisce è la poca varietà di specie arboree che crescono in quest'ambiente.
Tra di esse la più maestosa è senza dubbio la Glyptostrobus europaeus, oggi estinta, ma che si può considerare un'antica parente delle sequoie e dei "cipressi calvi". Si tratta di una Taxodiaceae (specie di piante legnose, caratterizzate spesso da grandi dimensioni, con foglie aghiformi disposte a spirale), che poteva levarsi verso il cielo anche per qualche decina di metri. Oggi questa famiglia di piante è rappresentata da una sola specie, la Glyptostrobus pensilis, che cresce in alcuni ambienti umidi della Cina meridionale.
Osservando quella foresta però ci si potrebbe chiedere coma abbia potuto svilupparsi in tal modo. Solo tornando ai nostri tempi e solo grazie alle analisi dell'habitat nel suo insieme si è riusciti a ricostruire la serie di eventi che hanno portato alla formazione della foresta fossile.
Essi raccontano che tra 3,6 e 2,3 milioni di anni or sono gli ambienti paludosi nell'area attorno a Ciriè erano più vicini alla linea di costa. Inoltre vi era una situazione geologica dove il terreno tendeva lentamente a sprofondare, un fenomeno che durò nel tempo per centinaia di migliaia di anni. Alla morte degli alberi che si erano radicati in quell'area, sabbia e fango ricoprivano i tronchi proteggendoli dagli agenti atmosferici. Se la sopra citata Glyptostrobus europaeus è l'albero che si è imposto su tutti gli altri in realtà prima che essa riuscisse a impiantarsi vi fu una sequenza di arrivi di vegetali che si è potuto ricostruire grazie all'analisi di altri materiali fossilizzati ritrovati, quali macrospore, frutti e semi. Le antiche specie hanno parenti più prossimi in alcune piante che crescono nei nostri giorni in Asia e in America (Brasenia, Dulichium, Proserpinaca, Boehmeria, Epipremnites). Solo successivamente, come detto, si vennero a creare condizioni favorevoli allo sviluppo di piante come la Glyptostrobus, a cui sono attribuiti i ceppi fossili di grandi dimensioni rinvenuti in prossimità di Ciriè. Con l'arrivo di tale specie vegetale la foresta raggiunse il massimo del suo splendore.
A un certo punto, però, le condizioni mutano, in quanto il mare si allontana e la palude scompare sotto i sedimenti portati dal fiume. E circa 2,3 milioni di anni fa la pianura che giace ai piedi delle Alpi Occidentali inizia a sollevarsi. I fiumi rispondono erodendo il materiale che si innalza. La Stura non è da meno e così, con un'opera continua e costante di erosione, porta alla luce ciò che rimane dell'antico mondo del pliocene e che esso stesso aveva costruito.

[Luigi Bignami]

mercoledì 30 ottobre 2013

domenica 27 ottobre 2013

Monte Musinè

Si può definire come il primo contrafforte alpino, all'imbocco della Val di Susa, dalla forma caratteristica e dall'aspetto insolito per via della vegetazione che lo ricopre solo in parte.
Dista poco meno di 20 km da Torino, è una delle più basse montagne della provincia con i suoi 1150 m di altitudine e la vetta è raggiungibile in circa un paio d'ore con un'andatura tranquilla lungo un sentiero di tipo E che copre un dislivello complessivo di circa 750 m.
È una montagna che permette quindi, a chi si sente poco preparato o a chi da tempo non effettua un'escursione in montagna, di riprendere ad allenarsi con uno dei percorsi più semplici e meno impegnativi del nostro territorio.

Si potrebbe concludere qui la descrizione del Musinè, magari spendendo ancora poche parole per descrivere il percorso che porta in vetta. Un percorso semplice, uno dei più utilizzati per raggiungere la cima (il 572), che parte dal campo sportivo di Caselette, la piccola città situata ai piedi della montagna, procede per un primo tratto sui cinque tornanti del lastricato di una Via Crucis che conduce al Santuario di San Abaco e poi prosegue fino alla vetta su una mulattiera di sterrato argilloso e roccette. Il sentiero inizialmente si allarga, si stringe, si biforca e si ricongiunge innumerevoli volte, apparendo all'occhio dell'escursionista come una interminabile successione di confuse venature tra i rarissimi alberi che offrono un po' d'ombra dal sole caldo; poi procede, quasi sempre con la stessa pendenza, seguendo una delle creste a sud della montagna fino alla grande croce che domina la vetta.

Ma è sul notevole carico di leggende riguardanti questa montagna che vorrei soffermarmi. Una montagna piena di miti misteriosi, strane storie al limite del fantascientifico, bizzarri avvistamenti di corpi luminescenti che sorvolano la vetta, bagliori inspiegabili e incisioni rupestri probabili testimonianze di uno sconcertante passato. Qui di seguito alcune delle più diffuse storie che circondano il Musiné:
Da sempre circolano racconti di lupi mannari, di spettri che vagano nella notte, di animali inverosimili. Le più probabili origini di queste storie possono attribuirsi al monito degli anziani valligiani nei confronti dei giovani abitanti della zona per invitarli a tenersi alla larga dai pericoli delle caverne situate non lontano dai sentieri e per sconsigliare l'ingresso nei profondi antri scavati nella roccia della montagna. Il monte risulta infatti essere un antico vulcano ormai spento da millenni. Il forte calore e la pressione del magma hanno scavato in tempi antichissimi numerose grotte e gallerie. Tra le grotte situate sulla montagna ve ne sarebbe una maledetta, nella quale ogni anno, il primo giorno di Maggio, si darebbero appuntamento streghe e negromanti.

L'origine geologica del Musinè spiegherebbe anche in parte la totale assenza di fonti d'acqua. L'aridità del terreno ed i numerosi anfratti hanno reso il Musinè un ambiente molto ospitale per le vipere ed altri piccoli rettili, ma poco adeguato per la crescita delle piante. La distribuzione della
vegetazione appare infatti piuttosto insolita, ricca ai piedi del monte, ma che poi si dirada in modo quasi repentino col crescere dell’altitudine. Il Corpo Forestale dello Stato ha inutilmente speso ingenti capitali per rimboscare la zona, nella quale le giovani piante sembrano però morire una dopo l’altra. La credenza popolare spiega il mistero con la processione continua di anime dannate che salgono e scendono il monte senza sosta. Secondo una credenza un po’ più moderna sarebbero invece le emanazioni radioattive di una base segreta sotterranea a produrre tale sterilità.
La presenza di un ambiente così ostile nella parte superiore del monte e la mancanza di fonti d’acqua spiegherebbero solo parzialmente il fenomeno e a quale scopo si è tentato di far crescere le piante? Perché questa insistenza, quasi irrazionale, delle autorità nel cercare di rimboschire la zona?
Il fenomeno appare simile a quello descritto nel romanzo di Lovecraft “Il colore venuto dallo spazio” dove un misterioso meteorite cade dal cielo e precipita nella proprietà di Nahum Gardner, sulle colline ad ovest di Arkham. Da quel giorno la vegetazione della proprietà subisce insoliti mutamenti intrappolando la famiglia Gardner in un crescente orrore che li porta ad isolarsi dal resto della cittadina.

Avvistamenti di misteriosi bagliori azzurri, verdastri e fluorescenti sono quasi all'ordine del giorno, oltre naturalmente a chi sostiene di aver visto oggetti volanti non identificati, dischi luminosi e capsule di luce librarsi in aria dalla cima della montagna.
I bagliori verdastri potrebbero essere la conseguenza di piccole sacche di gas ancora intrappolate sotto la roccia e che occasionalmente fuoriescono dall’interno della montagna. Altre ipotesi attribuiscono queste fughe di gas a materiale organico in decomposizione. Le luminosità sulle pendici del monte sembrano dovute a cariche elettrostatiche attratte dagli strati sottostanti della montagna, ricchi di minerali ferrosi e magnetite.

La presenza della magnetite nel sottosuolo potrebbe anche dare una spiegazione ad alcuni curiosi fenomeni rilevati in passato: rabdomanti e studiosi del paranormale sostengono che in prossimità del Musinè bacchette e pendolini si muoverebbero in modo molto anomalo e più accentuato del normale. Senza contare che moderne apparecchiature radiofoniche e cellulari sono frequentemente vittime di interferenze inspiegabili quando si trovano nella zona attorno alla montagna. Velivoli ed aerei privati che sorvolano il luogo vengono disturbati nelle loro trasmissioni.

Stando però alle dichiarazioni di molti esoteristi il luogo sarebbe un gigantesco catalizzatore di energie benefiche. Il Musinè si troverebbe su una linea "ortogonica" (una di quelle che circondano la Terra come una ragnatela e che indicano zone di particolare concentrazione di energia) che, entrando dalla Francia, attraversa tutta la nostra penisola. Secondo alcuni sarebbe addirittura una sorta di finestra aperta su un’altra dimensione. Altre voci sostengono che la montagna funzioni come una specie di amplificatore delle facoltà extrasensoriali di ogni individuo: forse l'assenza di onde elettromagnetiche permetterebbe alle sinapsi maggiore dinamicità permettendo così al cervello umano di elaborare le informazioni e gli impulsi con maggiore efficienza...

Ma le leggende non finiscono qui: alcune fanno riferimento a personaggi ed eventi storici. Una leggenda ad esempio sostiene che il Re Erode fu esiliato per l'eternità su un carro di fuoco che percorre la montagna senza sosta, come punizione per le stragi di innocenti compiute in vita.
Un'altra rivela che gli abitanti della valle assistettero ad un inquietante spettacolo nella notte dell'anno 966 d.C. prima dell'arrivo del vescovo Amicone, diretto a Sant'Ambrogio per consacrare la chiesa di San Michele sul monte Pirchiano, di fronte al Musinè. Si narra infatti di globi di fuoco dal cielo che illuminarono la chiesa come se fosse scoppiato un incendio.



Una delle più celebri leggende riguarda l'imperatore Romano Costantino, o più precisamente la sua conversione alla religione cristiana. Secondo alcuni storici fu proprio ai piedi del Musinè che in cielo apparvero a Costantino la croce fiammeggiante e la scritta "IN HOC SIGNO VINCES" (sotto questo segno, vincerai), segni che convinsero l’imperatore a convertirsi al Cristianesimo. I cosiddetti "Campi Taurinati", di cui parlano le cronache dell’epoca, sembrerebbero coincidere con la zona pianeggiante di Grugliasco e Rivoli che separa Torino dal massiccio del Musinè. La grande croce di cemento alta ben 15 metri, che sovrasta la cima del Musinè, fu costruita nel 1901 proprio in ricordo della battaglia di Torino del 312 d.C. tra l'esercito di Gaio Flavio Valerio Aurelio Costantino, detto Costantino il Grande (imperatore romano delle province galliche e ispaniche) e quello di Marco Aurelio Valerio Massenzio (autoproclamatosi imperatore dell'Italia e dell'Africa); questa battaglia secondo una tradizione locale si sarebbe infatti svolta ai piedi della montagna.
Dopo la vittoria, Costantino entrò trionfalmente a Mediolanum (Milano), mise in fuga un esercito nemico accampato nei pressi di Brescia e vinse un'importante battaglia nei pressi di Verona. Sconfitte le forze di Massenzio nel nord Italia, Costantino si diresse su Roma, dove in ottobre sconfisse definitivamente il suo nemico nella battaglia di Ponte Milvio.
Massenzio morì annegato nel Fiume Tevere e nel 313, con l'editto di Milano, veniva riconosciuta la libertà di culto per tutte le religioni, ponendo fine ufficialmente alle persecuzioni contro i cristiani.

Inoltre secondo alcuni scritti del '600 '700 nella vallata sottostante il Musinè furono udite musiche demoniache riecheggiare durante la notte e ancora adesso si dice che vengano eseguiti riti occulti sulla montagna.

Ancora molta curiosità destano le “coppelle” ovvero una serie di strutture di pietra a forma di coppa disposte in modo da riprodurre alcune costellazioni dell'emisfero boreale. In queste curiose formazioni di incavi nella roccia, situati in località Torre della Vigna, fra i 400 e i 900 m che sembrano rappresentare delle vere e proprie mappe di corpi celesti si possono riconoscere ad esempio la Croce del Nord, l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore, Cassiopea e le Pleiadi. Riempite queste cavità di liquido combustibile e incendiate, la montagna si ricopre di tante piccole luci.

Il Musinè è sede anche di uno stranissimo obelisco che acquistò fama mondiale grazie ad un libro di Peter Kolosimo intitolato "Astronavi sulla preistoria". Sulla superficie compaiono alcune croci che rappresentano probabilmente cinque persone, un cerchio in alto a sinistra con un punto al centro e due semicerchi tagliati nella parte inferiore che assomigliano in modo clamoroso ai moderni dischi volanti. Secondo lo scrittore sarebbe una sorta di rappresentazione delle evoluzioni di macchine aeree che furono viste in cielo dai nostri antichi progenitori.
Per altri l'obelisco risulta essere un falso storico dei primi anni '70 oppure le incisioni potrebbero rappresentare degli uomini in adorazione del sole, qui raffigurato nelle tre principali fasi del giorno: l'alba, il tramonto e lo zenit. In effetti il cerchio alto con il punto nel centro è tutt'ora la rappresentazione astronomica del sole e non erano rare le civiltà che in passato ponevano il sole come elemento divino e quindi da venerare.

Fra il 1973 e il 1978, anno in cui fu portata via, qualcuno collocò sulle pendici del monte una targa metallica inneggiante alla "fraternità universale fra tutti i popoli". Il testo parla di "punti elettrodinamici", di "entità astrali" ed indica dieci grandi personaggi del passato, da Cristo a Martin Luther King, indicandoli come esempi da seguire. Il 7 ottobre del 1984 un gruppo di esoteristi ne ha fatto un’altra copia e l’ha ricollocata al suo posto.
Questa nuova versione è in alluminio anodizzato ed è stata cementata alla base della grande croce che spicca sulla montagna.



Il Musinè insomma continua ad essere un importante punto di interesse per gli escursionisti. Non è raro infatti incontrare appassionati che lo percorrono come riscaldamento o persino a passo di jogging.
Il panorama dalla cima, in buone condizioni meteorologiche, è affascinante e spazia su buona parte della Valle di Susa, su Torino e la sua cintura, sui laghi di Avigliana, sul piccolo specchio d'acqua di Caselette, sulla collina di Superga e su parte delle cime circostanti.
Il percorso non richiede particolari abilità o attrezzature speciali, si consiglia prudenza nel periodo estivo per la significativa presenza delle vipere.


Ma soprattutto il Musinè continuerà a rimanere punto di scontro tra archeologia ed esoterismo, tra geologia e paranormale, tra scetticismo ed occulto. La verità forse risiede nel sottosuolo, forse sulle incisioni rupestri, forse nelle nubi che a volte ricoprono la cima...o forse un giorno sarà proprio la montagna stessa a farci sentire la sua voce e magari chissà svelarci i suoi misteri. Sapremo ascoltarla?





















lunedì 7 ottobre 2013

Emilio Comici e la discesa in corda doppia


Il grande alpinista Emilio Comici. Audace. Sensazionale. Folle. Unico.
Nel video alcuni significativi momenti della sua tecnica di discesa in corda doppia.
Grandi balzi verso l'esterno, bilanciamento del peso del corpo con le gambe e gestione della velocità della discesa con le mani sulla corda.
La sua tecnica, insieme a quella concepita da Hans Dülfer, è tuttora utilizzata per discendere lungo una parete.
Senza parole. Da ammirare, e da non cercare di imitare, senza le opportune sicurezze.

lunedì 30 settembre 2013

Perla del mese - Settembre

 
 
La solitudine è indispensabile per l'uomo,
perché acutizza la sensibilità ed amplifica le emozioni.

[Walter Bonatti]
 
 
 
Walter Bonatti
(22 Giugno 1930 - 13 Settembre 2011)


giovedì 5 settembre 2013

Monte Thabor

"Più importante di raggiungere la vetta è come si sale lungo la china."
Questa frase non è mai stata tanto vera come in questa escursione.

3178 . di altitudine sviluppati lungo un impegnativo percorso, tuttavia classificato come Escursionistico, di circa 10 km con un dislivello complessivo di circa 1400 m
Molteplici sono le caratteristiche che rendono il Monte Thabor affascinante.
La storia del suo nome per esempio; alcune teorie fanno risalire la sua denominazione al XI secolo, quando cavalieri Crociati e pellegrini europei di ritorno dalla Terra Santa vollero attribuire alla montagna il nome del celebre rilievo di circa 600 m situato in Galilea dove, secondo il Vangelo, avvenne la trasfigurazione di Gesù Cristo.
Oppure la sua localizzazione geografica: situato al fondo della Valle Stretta, la lunga vallata che si sviluppa parte in Italia e parte in territorio francese in un particolare angolo retto il cui vertice si trova a Pian del Colle. Una vallata storica, suddivisa dal confine dopo il 1947 ma che prima era compresa interamente in territorio italiano. I suoi corsi d’acqua confluiscono nella Dora Riparia e alimentano una centrale idroelettrica situata poco lontano dal centro abitato di Bardonecchia.
O ancora la sua vicinanza con tre bellissimi rifugi: il Rifugio I Re Magi posto a quota 1769 m il Rifugio Terzo Alpini a quota 1780 m ceduto al CAF di Briançon nel 1947 e reso al CAI di Torino nel 1970, e il Refuge du Thabor a 2502 m nei pressi del Lac Rond.
O ancora le sue tradizioni, come la processione degli abitanti della borgata Melezet, dedicata alla Madonna Addolorata, che si svolge ogni 16 Luglio.
Oppure la sua particolare conformazione, così terroso e arrotondato "a panettone" che se osservato dall'imbocco della valle pare quasi voglia nascondersi accanto alle appariscenti guglie del maestoso castello dolomitico del Séru, del Grande Addritto o del massiccio de l'Enfourant.
Ma più di tutto, credo che ciò che renda il Thabor unico sia proprio la magnifica varietà di paesaggi che regala durante la salita e ancor di più lo stupendo panorama che si può ammirare dalla sua vetta.
Una montagna da vivere fino in fondo. Ma procediamo con ordine...
Partiamo da Bardonecchia di buon mattino e seguiamo le indicazioni per Melezet lungo la SP 216. Si supera la diga e ci si dirige verso il Colle della Scala seguendo le indicazioni per la Valle Stretta (Vallée Étroite).

Consiglio di viaggiare con prudenza per via delle numerose cunette artificiali abbastanza profonde.
Lasciamo quindi l'auto in prossimità dell'ASI TREK poco prima delle Grange di Valle Stretta e facciamo abbondante scorta d'acqua alla fontana prima di partire.
Oltrepassiamo le Granges e il rifugio Terzo Alpini proseguendo su una semplice strada sterrata all'ombra di Punta 4 Sorelle.
Da qui si raggiunge in poco tempo un bivio: a sinistra si prosegue il nostro itinerario ma consiglio caldamente di valutare la possibilità di una piccola deviazione di circa 15 minuti al Lago Verde.
Raggiunto il Pian de la Fonderie il massiccio del Sèru si staglia imponente davanti ai nostri occhi e ci troviamo nuovamente ad un bivio, bisogna tenere la sinistra e mentre il sole finalmente sorge dietro le montagne si prosegue sul sentiero circondato dal bosco in direzione della Colonia Alpina a quota 2093 m. La struttura denominata Maison des Chamois è un edificio costruito per i minatori che lavoravano alla miniera di ferro Blanchet, ora è stata ristrutturata e gestita dall'oratorio della parrocchia di Nichelino come casa per ferie.
A sinistra, verso il pendio, troviamo un tubo di gomma, l'ultima occasione per fare scorta d'acqua prima di raggiungere la vetta.
Qui il terreno cambia: gli alberi cedono il passo alle ampie distese erbose e la sterrata si trasforma in una stretta mulattiera contrassegnata da segni rosa. Si segue il comodo sentiero che punta con determinazione alla vetta del Grande Addritto.
A quota 2204 m di altitudine si raggiunge il Ponte delle Pianche, un piccolo ponticello in legno che scavalca il corso d'acqua e fa piegare il sentiero a destra lungo il corso d'acqua del Ruisseau. Accanto a noi la Punta Mattirolo e le altre cime del Sèru si fanno sempre più vicine, dall'altra parte della piana le Roche du Chardonnet, le Rochers de l'Aigle e le Rocher de la Grande Tempête incantano con i loro colori cupi da paesaggio lunare.

Si prosegue nel Vallon du Diner e prima ancora di rendersene realmente conto si raggiunge quota 2727 m in prossimità di due vistosi cumuli di pietre incrociando la G.R. 57 partita dal Refuge du Thabor.
Anche qui il paesaggio cambia, il sentiero si fa via via più ripido piegando bruscamente a sinistra con una serie di stretti tornanti tra le rocce e un ponte di metallo sopra un piccolo crepaccio. Il Thabor appare sempre più vicino eppure per un lungo lasso di tempo sembra irraggiungibile.
Oltrepassiamo quota 2910 m Incontriamo l'ultima croce di metallo e le rocce si trasformano in una terra battuta ed arida che potrebbe spiegare il paragone tra questa cima e la sua omonima in Terra Santa. Alle nostre spalle è chiaramente visibile il Lac du Peyron, la dolomitica formazione dei Sèru e tutta la Valle Stretta.
L'ultimo tratto attraversa un piccolo nevaio e poi tira con pochi tornanti fino alla Cappella della Madonna Addolorata. Alle sue spalle, a circa 80 metri un ammasso di rocce segna la punta del Thabor. Dalla cima la vista è magnifica.
La giornata non poteva essere delle migliori, solo poche nuvolette sulle cime più alte verso il confine italiano.
La vista sul gruppo dei Cerces, Galibier, sul delfinato e le Aiguilles d'Arves è perfetta. Il Pic du Thabor dinanzi a noi fa mostra di sé, mentre dall'altra parte sono chiaramente visibili la Guglia Rossa, il Pic de Rochebrune e molte altre.
É inoltre possibile far spaziare lo sguardo su tutta la Valle Stretta, sulla valle di Nevache e sulla valle di Bissorte. Dalla cima è possibile, in condizioni meteorologiche ottimali, osservare anche il Monte Bianco.
Una lunga pausa dopo un buon pranzo e le consuete foto di vetta e siamo pronti a metterci nuovamente in cammino.
Lungo la strada del ritorno effettuiamo una piccola deviazione verso il piccolo laghetto posto non lontano dal Colle delle Muande, un piccolo specchio d'acqua in grado di regalare un breve ma significativo momento di serenità; da lì non si vorrebbe più ripartire. Il resto del percorso di ritorno è identico alla salita.

Il Monte Thabor è stato in grado di regalarmi davvero intense emozioni e resterà senza dubbio tra le mie escursioni preferite. Un 3000 m degno di nota, con un percorso non eccessivamente impegnativo dal punto di vista tecnico ma piuttosto lungo. La durata è di circa 4 ore. Non consigliato come prima impresa da effettuare per chi ha ancora necessità di allenarsi a camminare dunque ma difficile da dimenticare per chi lo percorre e per chi come noi attendeva questa escursione da tanto tempo.
Ringrazio ancora Cristina che ha reso possibile tutto questo e spero vivamente di poter tornare ancora lassù molto presto. Un piacevole angolo di paradiso sul nostro piccolo mondo.