sabato 31 dicembre 2016

Perla del mese - Dicembre

Truly it may be said that the outside of a mountain is good for the inside of a man.

In verità si può dire che l’esterno di una montagna è cosa buona per l’interno di un uomo.

[George Wherry]







lunedì 19 dicembre 2016

Val Codera


L'aveva ormai imparato a memoria: prendeva il tram che passava da V. Tommaso Grossi alle 18:31, faceva ancora in tempo con quello delle 18:42 a prendere il treno delle 19:00 per Colico.
Bisognava in quest'ultima evenienza, attraversare di corsa la piazza davanti alla stazione, fare a tre a tre i gradini della scalinata e saltare sul predellino con il treno, non di rado, già in movimento.
Dal 1935 questi erano i frequenti sabati estivi di Gaetano Fracassi, tipografo addetto alla «piana» dell'antica Stamperia Pettinaroli, affascinato e poeta della montagna, solitario alpinista scopritore per le Aquile Randagie della Val Codera.
Il problema era - al sabato - quello di fermare la «piana» alle 17:30 smontarla parzialmente per la pulizia ed il «disinchiostramento», rimettere in ordine i caratteri usati, lavarsi accuratamente (per via del piombo), coprire l'uniforme Scout con la tuta da lavoratore, mettersi il sacco in spalla e prendere il tram in Via Tommaso Grossi alle 18:31 o alle 18:42. Quando sul treno c'era un posto a sedere (lo si trovava comunque dopo Lecco) il viaggio fino a Colico era piacevole pausa di riposo dopo una giornata di lavoro iniziata con la sveglia alle 06:30 in via Termopili, dove Fracassi abitava con la sua famiglia d'origine.
A differenza di quanto avviene dalla fine della guerra, il treno delle 19:00 non trovava a Colico coincidenza con il treno per Chiavenna per cui Fracassi scendeva dal treno verso le ore 21:00 e affrontava a piedi, 14 km. di strada statale, che, attraverso Dubino, Verceia e Campo portano a Novate Mezzola dove arrivava verso le 23:30.
Di qui, solitario nella notte, iniziava la salita della Val Codera fino al rifugio Brasca. Due ore e trenta o tre di cammino a passo rapido e senza soste con la sola compagnia, nella notte, del bel tempo, della luna e delle stelle. Alle 6 della domenica, Gaetano Fracassi era già in cammino per raggiungere la base del Ligoncio o della Sfinge, due belle pareti di 6-700 metri ciascuna fatte di buon granito del Masino e tagliate a picco nello splendido anfiteatro di boschi della conca di Bresciadega. Poi l'arrampicata di 4° e 5° grado con passaggi di 5° superiore. Con il tempo buono ci volevano circa 4 ore, ciò significa che verso le 11:00 Fracassi era in vetta. Dopo la veloce discesa dal versante SE, iniziava il cammino di ritorno. Treno alle 17:10 a Novate Mezzola con arrivo a Milano alle 20:30. Una buona dormita in via Termopili, ed ecco il nostro Gaetano pronto a ricominciare la settimana il lunedì alle ore 06:30.
Quando me ne parlò la prima volta mi disse: «Ho scoperto il Paradiso perduto». «C'è un tratto in cui il sentiero attraversa un piccolo gruppo di baite. Si chiama la Stoppadura. Dopo poche decine di metri si incontra un tronco girevole che funziona d'ingresso nella piana di Bresciadega. Si cammina nel bosco mentre da lontano compaiono le cime rocciose innevate con il torrente che scroscia impetuoso tra le rocce. lo, lì, sento vicino il Paradiso».
Fu in base a questa descrizione che le Aquile Randagie decisero di esplorare la Val Codera, che divenne poi la loro valle.
[Da "L'inverno e il rosaio. Tracce di scautismo clandestino" a cura di Arrigo Luppi, ed.Ancora Milano]


Basterebbe un racconto come questo per desiderare di scoprire la Val Codera e le sue meraviglie nascoste.
Ripercorrere quei gradoni di granito bianco ripensando ai giovani contrabbandieri, meglio conosciuti con il termine di "spalloni", che transitavano su quel sentiero diretti in Svizzera con merci e valuta nascosta nel fondo di vecchie bricolle o sotto i vestiti...per poi viaggiare con il pensiero alle Aquile Randagie, ragazzi che difesero con coraggio il movimento Scout quando il regime fascista vietava severamente ogni forma di oragnizzazione giovanile a inquadramento militare o paramilitare diversa dall'ONB...fa pensare, lungo il cammino, al proprio passato, alle difficoltà, a quelli che consideriamo ostacoli insormontabili...e ci si sente piccoli, davvero piccoli. E questo non tanto per le dimensioni della valle, che in fondo non è così estesa ma anzi è decisamente stretta, ripida e angusta, quanto piuttosto per la grandezza, per il coraggio, per la straordinaria immensità delle persone che hanno camminato lungo i sentieri della Val Codera.

E sono molti i dettagli che fanno capire quanto attivamente la Val Codera sia frequentata da Scouts ogni anno, a partire dalle basi Scout come La Centralina...oppure porgendo un saluto lungo il cammino alle croci di Giuseppe Brumat di Monza e di Enrico Oggioni del S.S.Giovanni 1, o ancora nei pressi della fontana vicino alla Cappella di Sant Antonio ad Avedè, adornata con fazzolettoni di gruppi provenienti da tutta Italia in memoria di Luca Garofalo...per poi arrivare alla base Casera a 1240 m di altezza ed ancora più su fino al confine elvetico...

Ma prima ancora di essere una Valle degli Scouts, la Val Codera è più di ogni altra cosa un meraviglioso capolavoro geologico prodotto circa cinquanta milioni di anni fa dallo scontro della Placca africana e della vasta Placca continentale euroasiatica.
È successivamente a questo periodo che nasce il granito di San Fedelino: una roccia ignea molto particolare, caratteristica delle Alpi centrali, dal colore prevalentemente chiaro e lucente, prodotto da quarzo e feldspato di potassio unito a muscovite, con qualche granello di biotite più scuro.
L'estrazione e la lavorazione di questa pietra da costruzione saranno per molti anni le principali occupazioni di molti uomini insediati in questa valle, oltre ad un'agricoltura modesta e all'allevamento di sussistenza. Una significativa e molto poetica testimonianza di questa attività mineraria è la preghiera, incisa nella roccia, di un "picapréda" uno scalpellino per il figlio morto in Russia.
L'incisione è affiancata da un cappello da alpino scolpito, leggermente in rilievo, sulla roccia lungo la parete a sinistra che si incontra lungo il sentiero superando i tunnel paramassi (740 m.s.l.m.).
Quale espressione migliore poteva usare uno scalpellino per pregare per l'anima di suo figlio?
Un gesto semplice e bellissimo allo stesso tempo, molto toccante.

La Val Codera è piena di storie come questa, è ricca di piccole semplici opere, dell'uomo e della natura, da osservare e forse ciascuno dei quasi 3500 granitici gradini che portano dalla base di Mezzolpiano fino alle case di Codera ed alla Locanda Risorgimento avrebbero qualcosa da raccontare, oppure si può rimanere in silenziosa contemplazione nei boschi di abete rosso e larice in prossimità di Stoppadura a 1170 m.s.l.m. e di Bresciadega a 1215 m.s.l.m.
Ci si può dirigere con decisione fino alle rocciose pareti di Cima Ligoncio oppure si può procedere con calma in raccoglimento spirituale lungo i tabernacoli (o edicole) poste lungo il sentiero immerse nell'incantevole bosco di castagni prima del Dosso.

Solitamente per escursioni come questa spendo alcune righe per descrivere l'itinerario seguito. Nel particolare caso della Val Codera mi limiterò a dire solo questo: andate in Val Codera, camminate in silenzio sul suo sentiero e lasciatela lentamente entrare nel vostro cuore ad ogni passo.
Procedete con calma per non perdervi nulla di questo posto incantevole.
Scopritela con tutti i vostri sensi: bevete la sua acqua, inspirate il profumo dei suoi fiori di tiglio, mughetto e ginestra, sedetevi all'ombra dei castagni, osservate i riflessi dei raggi del sole sul granito di Serizzo, ascoltate il gracchio in volo, assaporate i frutti di mirtillo, ammirate la maestosità del "piantone", lasciatevi cullare dal fragore del torrente, stendetevi sui prati nei pressi di Casera.
Questo è sicuramente il modo migliore per comprendere le parole di Fracassi.

Ringrazio Capi ed allievi del Campo di Formazione che mi hanno accompagnato lungo il cammino, Carlo e Giorgio per essere riusciti, con i loro racconti, a farmi apprezzare la Val Codera e la sua storia e Federico per aver condiviso il falò dell'hike.













sabato 10 dicembre 2016

La nuova via...

Quasi per gioco, forse alla ricerca di uno stimolo in più, ci siamo domandati: sarebbe possibile suggerire il tracciamento di una nuova via? Quanto saremmo in grado di spingere in alto il livello di difficoltà? Quali potrebbero essere dei movimenti entusiasmanti da eseguire?

Così, giorno per giorno, un movimento alla volta, abbiamo studiato una via che lentamente prendeva forma. È stato davvero stimolante ricercare ed eseguire questa linea di movimento perchè in fondo rappresenta nella sua semplicità alcuni dei passaggi che è possibile incontrare anche all'esterno in parete.

La partenza non è delle più semplici: la mano sinistra tende a scivolare dalla presa di partenza e la destra ricerca stabilità in un foro.
Superato agevolmente un doppio accoppiamento delle mani sulla parete curva occorre poi spostare il corpo a destra, sfruttando lo spigolo del pannello con la mano sinistra.
Qui uno dei primi passaggi impegnativi: la mano destra stringe la presa a maniglia quando i piedi sono ben saldi e larghi, le tacche permettono di effettuare un cambio di mano sulla stessa presa per poi sporgersi verso una tasca ed un'altra piccola tacca.
A questo punto ci si muove verso l'alto e verso destra con un'altra serie di passaggi che richiedono una buona stretta e un notevole equilibrio. Raggiunto il limite estremo della parete si scende fino ad un foro e ad una presa bassa rovescia. Ci si sposta a sinistra lungo altri due fori per la mano sinistra e si raggiunge la presa conclusiva con un ultimo passaggio di equilibrio.

Ringrazio Paolo per la collaborazione nella realizzazione di questa via, Marco per averci permesso di concretizzarla e tutto il gruppo che ci ha assistito e sostenuto durante gli allenamenti.