sabato 31 dicembre 2016

Perla del mese - Dicembre

Truly it may be said that the outside of a mountain is good for the inside of a man.

In verità si può dire che l’esterno di una montagna è cosa buona per l’interno di un uomo.

[George Wherry]







lunedì 19 dicembre 2016

Val Codera


L'aveva ormai imparato a memoria: prendeva il tram che passava da V. Tommaso Grossi alle 18:31, faceva ancora in tempo con quello delle 18:42 a prendere il treno delle 19:00 per Colico.
Bisognava in quest'ultima evenienza, attraversare di corsa la piazza davanti alla stazione, fare a tre a tre i gradini della scalinata e saltare sul predellino con il treno, non di rado, già in movimento.
Dal 1935 questi erano i frequenti sabati estivi di Gaetano Fracassi, tipografo addetto alla «piana» dell'antica Stamperia Pettinaroli, affascinato e poeta della montagna, solitario alpinista scopritore per le Aquile Randagie della Val Codera.
Il problema era - al sabato - quello di fermare la «piana» alle 17:30 smontarla parzialmente per la pulizia ed il «disinchiostramento», rimettere in ordine i caratteri usati, lavarsi accuratamente (per via del piombo), coprire l'uniforme Scout con la tuta da lavoratore, mettersi il sacco in spalla e prendere il tram in Via Tommaso Grossi alle 18:31 o alle 18:42. Quando sul treno c'era un posto a sedere (lo si trovava comunque dopo Lecco) il viaggio fino a Colico era piacevole pausa di riposo dopo una giornata di lavoro iniziata con la sveglia alle 06:30 in via Termopili, dove Fracassi abitava con la sua famiglia d'origine.
A differenza di quanto avviene dalla fine della guerra, il treno delle 19:00 non trovava a Colico coincidenza con il treno per Chiavenna per cui Fracassi scendeva dal treno verso le ore 21:00 e affrontava a piedi, 14 km. di strada statale, che, attraverso Dubino, Verceia e Campo portano a Novate Mezzola dove arrivava verso le 23:30.
Di qui, solitario nella notte, iniziava la salita della Val Codera fino al rifugio Brasca. Due ore e trenta o tre di cammino a passo rapido e senza soste con la sola compagnia, nella notte, del bel tempo, della luna e delle stelle. Alle 6 della domenica, Gaetano Fracassi era già in cammino per raggiungere la base del Ligoncio o della Sfinge, due belle pareti di 6-700 metri ciascuna fatte di buon granito del Masino e tagliate a picco nello splendido anfiteatro di boschi della conca di Bresciadega. Poi l'arrampicata di 4° e 5° grado con passaggi di 5° superiore. Con il tempo buono ci volevano circa 4 ore, ciò significa che verso le 11:00 Fracassi era in vetta. Dopo la veloce discesa dal versante SE, iniziava il cammino di ritorno. Treno alle 17:10 a Novate Mezzola con arrivo a Milano alle 20:30. Una buona dormita in via Termopili, ed ecco il nostro Gaetano pronto a ricominciare la settimana il lunedì alle ore 06:30.
Quando me ne parlò la prima volta mi disse: «Ho scoperto il Paradiso perduto». «C'è un tratto in cui il sentiero attraversa un piccolo gruppo di baite. Si chiama la Stoppadura. Dopo poche decine di metri si incontra un tronco girevole che funziona d'ingresso nella piana di Bresciadega. Si cammina nel bosco mentre da lontano compaiono le cime rocciose innevate con il torrente che scroscia impetuoso tra le rocce. lo, lì, sento vicino il Paradiso».
Fu in base a questa descrizione che le Aquile Randagie decisero di esplorare la Val Codera, che divenne poi la loro valle.
[Da "L'inverno e il rosaio. Tracce di scautismo clandestino" a cura di Arrigo Luppi, ed.Ancora Milano]


Basterebbe un racconto come questo per desiderare di scoprire la Val Codera e le sue meraviglie nascoste.
Ripercorrere quei gradoni di granito bianco ripensando ai giovani contrabbandieri, meglio conosciuti con il termine di "spalloni", che transitavano su quel sentiero diretti in Svizzera con merci e valuta nascosta nel fondo di vecchie bricolle o sotto i vestiti...per poi viaggiare con il pensiero alle Aquile Randagie, ragazzi che difesero con coraggio il movimento Scout quando il regime fascista vietava severamente ogni forma di oragnizzazione giovanile a inquadramento militare o paramilitare diversa dall'ONB...fa pensare, lungo il cammino, al proprio passato, alle difficoltà, a quelli che consideriamo ostacoli insormontabili...e ci si sente piccoli, davvero piccoli. E questo non tanto per le dimensioni della valle, che in fondo non è così estesa ma anzi è decisamente stretta, ripida e angusta, quanto piuttosto per la grandezza, per il coraggio, per la straordinaria immensità delle persone che hanno camminato lungo i sentieri della Val Codera.

E sono molti i dettagli che fanno capire quanto attivamente la Val Codera sia frequentata da Scouts ogni anno, a partire dalle basi Scout come La Centralina...oppure porgendo un saluto lungo il cammino alle croci di Giuseppe Brumat di Monza e di Enrico Oggioni del S.S.Giovanni 1, o ancora nei pressi della fontana vicino alla Cappella di Sant Antonio ad Avedè, adornata con fazzolettoni di gruppi provenienti da tutta Italia in memoria di Luca Garofalo...per poi arrivare alla base Casera a 1240 m di altezza ed ancora più su fino al confine elvetico...

Ma prima ancora di essere una Valle degli Scouts, la Val Codera è più di ogni altra cosa un meraviglioso capolavoro geologico prodotto circa cinquanta milioni di anni fa dallo scontro della Placca africana e della vasta Placca continentale euroasiatica.
È successivamente a questo periodo che nasce il granito di San Fedelino: una roccia ignea molto particolare, caratteristica delle Alpi centrali, dal colore prevalentemente chiaro e lucente, prodotto da quarzo e feldspato di potassio unito a muscovite, con qualche granello di biotite più scuro.
L'estrazione e la lavorazione di questa pietra da costruzione saranno per molti anni le principali occupazioni di molti uomini insediati in questa valle, oltre ad un'agricoltura modesta e all'allevamento di sussistenza. Una significativa e molto poetica testimonianza di questa attività mineraria è la preghiera, incisa nella roccia, di un "picapréda" uno scalpellino per il figlio morto in Russia.
L'incisione è affiancata da un cappello da alpino scolpito, leggermente in rilievo, sulla roccia lungo la parete a sinistra che si incontra lungo il sentiero superando i tunnel paramassi (740 m.s.l.m.).
Quale espressione migliore poteva usare uno scalpellino per pregare per l'anima di suo figlio?
Un gesto semplice e bellissimo allo stesso tempo, molto toccante.

La Val Codera è piena di storie come questa, è ricca di piccole semplici opere, dell'uomo e della natura, da osservare e forse ciascuno dei quasi 3500 granitici gradini che portano dalla base di Mezzolpiano fino alle case di Codera ed alla Locanda Risorgimento avrebbero qualcosa da raccontare, oppure si può rimanere in silenziosa contemplazione nei boschi di abete rosso e larice in prossimità di Stoppadura a 1170 m.s.l.m. e di Bresciadega a 1215 m.s.l.m.
Ci si può dirigere con decisione fino alle rocciose pareti di Cima Ligoncio oppure si può procedere con calma in raccoglimento spirituale lungo i tabernacoli (o edicole) poste lungo il sentiero immerse nell'incantevole bosco di castagni prima del Dosso.

Solitamente per escursioni come questa spendo alcune righe per descrivere l'itinerario seguito. Nel particolare caso della Val Codera mi limiterò a dire solo questo: andate in Val Codera, camminate in silenzio sul suo sentiero e lasciatela lentamente entrare nel vostro cuore ad ogni passo.
Procedete con calma per non perdervi nulla di questo posto incantevole.
Scopritela con tutti i vostri sensi: bevete la sua acqua, inspirate il profumo dei suoi fiori di tiglio, mughetto e ginestra, sedetevi all'ombra dei castagni, osservate i riflessi dei raggi del sole sul granito di Serizzo, ascoltate il gracchio in volo, assaporate i frutti di mirtillo, ammirate la maestosità del "piantone", lasciatevi cullare dal fragore del torrente, stendetevi sui prati nei pressi di Casera.
Questo è sicuramente il modo migliore per comprendere le parole di Fracassi.

Ringrazio Capi ed allievi del Campo di Formazione che mi hanno accompagnato lungo il cammino, Carlo e Giorgio per essere riusciti, con i loro racconti, a farmi apprezzare la Val Codera e la sua storia e Federico per aver condiviso il falò dell'hike.













sabato 10 dicembre 2016

La nuova via...

Quasi per gioco, forse alla ricerca di uno stimolo in più, ci siamo domandati: sarebbe possibile suggerire il tracciamento di una nuova via? Quanto saremmo in grado di spingere in alto il livello di difficoltà? Quali potrebbero essere dei movimenti entusiasmanti da eseguire?

Così, giorno per giorno, un movimento alla volta, abbiamo studiato una via che lentamente prendeva forma. È stato davvero stimolante ricercare ed eseguire questa linea di movimento perchè in fondo rappresenta nella sua semplicità alcuni dei passaggi che è possibile incontrare anche all'esterno in parete.

La partenza non è delle più semplici: la mano sinistra tende a scivolare dalla presa di partenza e la destra ricerca stabilità in un foro.
Superato agevolmente un doppio accoppiamento delle mani sulla parete curva occorre poi spostare il corpo a destra, sfruttando lo spigolo del pannello con la mano sinistra.
Qui uno dei primi passaggi impegnativi: la mano destra stringe la presa a maniglia quando i piedi sono ben saldi e larghi, le tacche permettono di effettuare un cambio di mano sulla stessa presa per poi sporgersi verso una tasca ed un'altra piccola tacca.
A questo punto ci si muove verso l'alto e verso destra con un'altra serie di passaggi che richiedono una buona stretta e un notevole equilibrio. Raggiunto il limite estremo della parete si scende fino ad un foro e ad una presa bassa rovescia. Ci si sposta a sinistra lungo altri due fori per la mano sinistra e si raggiunge la presa conclusiva con un ultimo passaggio di equilibrio.

Ringrazio Paolo per la collaborazione nella realizzazione di questa via, Marco per averci permesso di concretizzarla e tutto il gruppo che ci ha assistito e sostenuto durante gli allenamenti.



mercoledì 30 novembre 2016

Perla del Mese - Novembre


Arranco in questo tempo
e a mani nude
cerco appigli,

Mani che or
dolgono, sanguinano
ma tengo duro.







martedì 22 novembre 2016

20000 VISUALIZZAZIONI

La voce delle cime ha raggiunto le 20000 visualizzazioni.
Per festeggiare questo avvenimento vorrei condividere alcune "montagne artistiche". Le immagini pubblicate in questo post sono rappresentazioni delle tele di un artista norvegese: Askevold Anders Monsen.
Tra i suoi soggetti preferiti possiamo trovare delle stupende cime dei fiordi nei pressi di Bergen dove abitava.

Queste affascinanti e magnifiche cime montuose hanno suscitato in me una piacevole sensazione, motivo per cui ho deciso di condividerle con i lettori del Blog sperando di farvi dono gradito.

Vi ringrazio ancora per avermi seguito fin qui.
Buona lettura e buon cammino a tutti voi.






































sabato 19 novembre 2016

Falesia La Baita di Viù

La palestra di roccia La Baita si estende su una vasta area alle spalle del piccolo paese di Ambrosinera, immersa in un incantevole bosco di faggi e betulle.
Si tratta di un complesso composto da numerosi settori, con vie per ogni gusto e livello, che non ha nulla da invidiare alle più note falesie della zona.

Prendiamo per esempio il settore "Mirtillo": abbiamo delle vie come OASI (3a), CIUFFO (3b), SOLE (3b) e SERPE (3c) semplici vie da percorrere in appoggiata, ideali per familiarizzare con la roccia e il movimento...seguite da vie come BUKO (4a) e MELISSA (4b) che offrono divertenti passaggi, cambi di inclinazione mai troppo problematici e più in generale un piacevole svago in perfetta armonia con la semplice progressione fondamentale frontale...si prosegue con CINGHIA (5a), BORDO (5a), AREM (5a), FORZA (5b) e OK (5c) per mettere maggiormente alla prova le dita ma senza eccessi, per emozionarsi un po' superando il loro leggero strapiombo e ricercando appigli diversi, talvolta provando e riprovando un passaggio alla ricerca del movimento più semplice ed elegante...per finire con SOTTO (6a) dove il movimento è più ricercato ed attento su una roccia leggermente più ricoperta di licheni (Parmelie?).

Descrivendo gli altri settori non farei che ripetermi: buona roccia, area di sicura abbastanza ampia e comoda, ottimi spit, soste attrezzate e ben distanti tra loro, vie emozionanti che invitano a scalare e a sperimentare, ambiente piacevole e riservato...forse proprio sull'ambiente sarebbe giusto spendere qualche parola in più perchè se da un lato può essere positivo poter contare su un ambiente tranquillo e non troppo affollato, dall'altro lato ci si domanda: perchè una palestra di roccia così bella ed attrezzata è così poco segnalata? Non ci sono cartelli che indichino di svoltare verso Ambrosinera e Mortera per raggiungere la meta, il piazzale per il parcheggio custodisce un pannello informativo vuoto che indica la presenza in passato di una mappa o del regolamento della palestra di roccia solo con i segni della colla rimasti sul legno, la strada sterrata che si immette nella faggeta non reca segnali di nessun tipo e si fatica a comprendere la direzione da seguire per raggiungere un determinato settore affidandosi un po' all'istinto e un po' ai disegni didascalici pescati dal web.
I vari settori di arrampicata sono di conseguenza difficili da trovare ed alcuni dei loro pannelli informativi sono vecchi, incompleti o quasi totalmente ricoperti dalla vegetazione.

Mi torna alla mente il commento del mio caro vecchio professore di meccanica durante i colloqui genitori-insegnanti: "Potrebbe fare di più" una frase sentita così spesso da diventare un cliché di questi incontri tra le famiglie ed i docenti, come "È bravo ma non si applica".
La falesia La Baita è un'ottima area per l'arrampicata ma viene forse un po' trascurato il suo enorme potenziale, è una risorsa preziosa ma la sua gestione potrebbe valorizzarla di più.
Comprendo la difficoltà di occuparsi di una palestra di roccia che sorge all'interno di una proprietà privata ma temo che ciò porti ad un suo utilizzo minimo e misero, e si perderebbe l'occasione di poter davvero fare di più e meglio.

Con i dovuti accorgimenti La Baita può presentarsi come una straordinaria palestra di roccia, valida ed adatta a tutti.
Non posso che augurarmi il meglio per questa falesia e ringraziare Amelia, Cristina, Giorgia e Riccardo per la giornata trascorsa insieme, i biscotti ed il crepuscolo al Lys.

Ringrazio inoltre Riccardo per avermi fornito questa bellissima presentazione di immagini.

















domenica 13 novembre 2016

Cappella San Rocco di Nervi

Spesso tra amici si parla di impegni e programmi futuri. Quando presentiamo agli altri l'intenzione di andare da qualche parte in vacanza capita sovente che ci venga consigliato un ristorante, una trattoria o un posto dove soddisfare la nostra golosità. Niente di male, anzi molte volte questi consigli finiscono per farci scoprire un piccolo tesoro enogastronomico altrimenti difficile da individuare.
Conosco anche io molti posti in giro per il Piemonte e l'Italia che consiglierei caldamente per appagare il palato, ma non è questo il blog giusto.
Qui preferirei consigliarvi un punto panoramico/storico che ho trovato molto interessante se vi capitasse di trovarvi dalle parti di Nervi a Genova.

Partendo dalla stazione ferroviaria di Nervi attraversare il Parco di Villa Gropallo e raggiungere la SS1 e poi deviare a sinistra per Via Sant'Ilario.
Procedere in salita per due tornanti fino a raggiungere la Chiesa di Sant'Ilario e proseguire ancora in salita lungo Via dei Marsano e Via Nora Massa godendoci la vista del mare e del porticciolo di Nervi alla nostra sinistra.
Al termine della strada incontreremo la Cappella di San Rocco di Nervi.
Una fontana al lato del piazzale potrà darci ristoro insieme all'ombra dell'ingresso della cappella.



Eretta per voto nel 1350 sulle alture di Nervi, la chiesetta di San Rocco è citata negli scritti della antica visita pastorale di Mons. Bossio del 1582.

Secondo la tradizione, nel secolo XI, in occasione della liberazione del Santo Sepolcro, vene qui innalzata una grande croce.
Dopo oltre un secolo sorse un Pilone con l'immagine della Madonna. Qui accorrevano coloro che sfuggivano alle incursioni saracene.
Tra il 1656-1657 la chiesa fu anche utilizzata come lazzaretto per la peste (probabilmente la devozione e il titolo di San Rocco sono da attribuirsi a questo periodo).
Nel 1726 fu ampliata con l'aggiunta della sacrestia e nel 1821 con il pronao.
L'altare in marmo è del 1749 e a tale epoca risale anche la pala di San Rocco.
Gli altari laterali furono eretti in epoche diverse: nel 1894 quello dedicato alla Madonna di Lourdes e nel 1942 quello della Madonna della Guardia.
A proposito della devozione alla Vergine della Guardia, dai documenti si sa che era già viva presso questa cappelletta dal 1641.
La collezione degli ex voto della cappella è attualmente custodita nel Museo della Parrocchia di San Siro, da cui la Cappella dipende.

Nel quadro (sec. XVIII, Autore ignoto) posto sopra l'altare maggiore, campeggia la Vergine Maria assisa in trono col Bambino ritto sul ginocchio destro. Ai lati del trono stanno: a destra, in piedi, S. Bartolomeo e, col ginocchio piegato, S. Rocco; a sinistra, in piedi, S. Sebastiano, e, inginocchiato, S. Antonio Abate.
I Santi sono dipinti secondo le rispettive caratteristiche di riconoscibilità e tutti fanno riferimento alla protezione dalla peste:

  • S. Bartolomeo Apostolo tiene in mano il coltello, lo strumento del suo martirio.
  • S. Sebastiano tiene in mano la palma (simbolo della vittoria dei martiri) e porta due frecce confitte nel corpo.
  • S. Rocco è vestito da pellegrino (cappello largo per proteggersi dalla pioggia e dal sole, tunica rossa, simbolo dell'amore divino, mantello verde, corda come cintura, bisaccia, bastone e conchiglia marina per attingere acqua) e ha accanto il cane che porta il pane in bocca (secondo la tradizione l'avrebbe sfamato quando si ammalò di peste).
  • S. Antonio Ab. è vestito da monaco, è appoggiato ad un bastone a forma di "Tau" e ha ai piedi un cinghiale col muso al suolo (simbolo delle tentazioni che dovette subire e vinse).È raffigurato anche col fuoco in mano perchè in ambiente celtico assunse la funzione di "custode dell'inferno", capace di salvare le anime che stavano dannandosi e "padrone del fuoco". Per questo fu ritenuto anche il padrone di quel fuoco metaforico che è l'herpes zoster (Fuoco di Sant'Antonio), curato nell'ospedale attiguo al suo convento.

In alto, ai lati e al di sopra della S.S. Vergine e del Bambino, sono sei Cherubini.







lunedì 31 ottobre 2016

Perla del mese - Ottobre

Celso diceva che l'essenza dell'alpinismo è il rischio: io non potevo condividere questo suo detto, mi pareva abbassare l'amore per la montagna ad un gioco pazzesco o assurdo, ma forse avevo mal compreso la sua asserzione che in fondo non è lontana dalla mia: l'essenza dell'alpinismo consiste nella conquista metro per metro della propria vita. Dunque in fondo è rischio: ma il rischio non è fine a sè stesso, bensì solo la premessa necessaria alla conquista. 

[Ettore Castiglioni da "Il Giorno delle Mesules"]



domenica 16 ottobre 2016

Ferrata Falconera

Temo abbiate sentito recentemente parlare di questa ferrata a causa di una brutta notizia: un incidente avvenuto circa un mese dopo l'inaugurazione della via il 25 Giugno 2016 e costato la vita a un pensionato di 58 anni, impegnato a percorrere la salita.

Quando la montagna provoca una morte la notizia è sempre tremenda, agghiacciante...perchè è qualcosa di inaspettato: immaginiamo sempre le attività alpinistiche, l'arrampicata e la ferrata come a delle appassionanti espressioni dell'avventura e della gioia di vivere la montagna. Una pura relazione, spesso così totale, con la roccia, la terra e la pietra.

Mi è difficile pensare che sia la montagna a "provocare" la morte. C'è un innegabile fattore di rischio, più o meno elevato, e quando è la sventura a portare a un lutto, il rischio appare così immenso da gettare una cupa ombra accusatrice sui frequentatori della montagna: agli occhi dell'opinione pubblica diventano tutti degli incoscienti, degli irresponsabili, che compiono atti folli correndo un pericolo immotivato...ma il fattore di rischio è presente nella montagna così come in qualsiasi altra pratica outdoor, nello sport o in ogni altra attività che tutti svolgiamo quotidianamente, ogni giorno.
Il rischio in montagna non è trascurato e ha indotto a delle grandi innovazioni, specialmente nel settore delle attrezzature tecniche, sempre più sicure e specifiche.
Nessuno sarà mai in grado di garantire la sicurezza totale in montagna, semplicemente perchè non esiste la sicurezza totale, né in montagna né altrove, ma deve essere il frequentatore della montagna il primo ad agire con buonsenso per tutelare sè stesso e la sua sicurezza.

Non rimane nulla da fare per chi una tragica fatalità ha "portato avanti", per chi resta invece spetta l'arduo compito di dimostrare che la montagna muove, dentro chi la vive, qualcosa di più radicato e di più profondo di un adrenalinico e spericolato desiderio di protagonismo sulla natura.
È un sogno, una propensione alla scoperta di noi stessi, più forte della paura, che con prudenza cerchiamo di realizzare. È ciò che stimola l'immaginazione di chi si perde nella contemplazione di una cresta, di una cima o di una parete, un sogno dentro di noi che prima si agita timidamente come un uovo prossimo alla schiusa e che poi cresce e si solleva come i flutti in tempesta.

Ringrazio Marco, Paolo e Simone per la condivisione di questo sogno con me, percorrendo insieme la Ferrata Falconera.
Il video è stato realizzato da Marco.





venerdì 30 settembre 2016

Perla del mese - Settembre


Il coraggio era anche quello.
Era la consapevolezza che l'insuccesso fosse comunque il frutto di un tentativo.
Che talvolta è meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.

[Giorgio Faletti]



lunedì 12 settembre 2016

Aiguille Rousse


L'Aiguille Rousse è una cima che si presenta massiccia e rocciosa sul versante ovest in direzione di Pracompuet e di Nancroix, e con un aspetto più dolce sul versante opposto in direzione di Les Bettières e della testata della valle.


L'escursione presenta incantevoli paesaggi ed è caldamente consigliata durante il periodo estivo.

Si raggiunge Nancroix tramite la strada D87, si oltrepassa il ruscello Poncet e si svolta a sinistra sulla Route de la Chenarie fino a raggiungere la piccola cappella dedicata a San Rocco e San Sebastiano.

Accanto alla cappella una comoda fontana invita ad una breve sosta prima di proseguire oltre un piccolo ponte in direzione di Pracompuet, piccolo gruppo di abitazioni indicato da evidenti cartelli in legno lungo il sentiero.
Superato Pracompuet si prosegue, sempre salendo, verso la Chapelle des Vernettes che merita di essere visitata per la bellezza dei suoi affreschi.

Dalla Cappella si segue un sentiero più stretto in direzione Col d'Entreporte che prima si immette in una macchia di abeti salendo con una decisa pendenza su un sentiero scavato dalle radici e dai numerosi passaggi delle bici da trial, raggiunge gli impianti di risalita sciistici (aperti anche d'estate per la gioia degli appassionati di parapendio) e poi taglia con diversi ripidi tornanti un pendio erboso sotto le rocce di un contrafforte dell'Aiguille Grive da dove è semplice osservare le piste dei camosci tra gli sfasciumi e le pietre ai piedi della massicciata rocciosa della Aiguille Rousse ormai sempre più vicina.

Dopo diversi tornanti, su un assolato sentiero ricoperto da rocce bianchissime e fiancheggiato da numerose piante di mirtillo, si raggiunge il Col d'Entreporte.
Il vento costante spazza la vasta spianata erbosa carica di fiori mentre lo sguardo spazia sulle guglie  delle cime circostanti come la cresta del Sommet de Bellecôte (3400 m circa) e la cima scolpita della Dôme des Pichères, intanto l'orecchio accoglie i fischi delle marmotte ed il richiamo dei gracchi alpini.

Dalla Aiguille Rousse si può scendere per un altro sentiero sul versante opposto, meno ripido ma più lungo che ridiscende verso la Chail a quota 2285 m e prosegue su una più comoda strada sterrata.

Consiglio di soffermarsi alla Cappella Notre Dame des Vernettes per ammirarne i meravigliosi affreschi oggetto di recente restauro, suggerisco di procedere con estrema attenzione lungo il cammino ai piedi della massicciata rocciosa della cima nella speranza di scorgere il maestoso profilo alare del Gipeto.

Ringrazio Giorgia per essere stata al mio fianco durante il cammino.





Il santuario a pianta centrale fu costruito tra il 1722 e il 1727 da Antoine Jacquet della Valsesia, vicino ad una fontana ritenuta miracolosa.
Le pitture murali furono realizzate nel 1733 da Luca Valentino e restaurate a più riprese.
L'altare maggiore realizzato tra il 1739 e il 1743 da Joseph-Marie Martel, sempre abitante della Valsesia è dedicato a Nostra Signora della Pietà.
Altari laterali dedicati a San Giovanni Battista e San Nicola, offerti come ex-voto nel 1759 circa.