mercoledì 15 novembre 2017

Giovanni De Simoni e la Rezia Curiense

ARTICOLO A CURA DI PIERO CARLESI
Piero Carlesi, consigliere del GISM e già Vicepresidente, naturalista, è giornalista del Touring Club Italiano, scrittore e curatore di libri di montagna. Già direttore generale del CAI e amico di De Simoni,  è profondo conoscitore della cultura alpina e appassionato di toponomastica.

Giovanni De Simoni, valtellinese di origine, milanese da sempre, classe 1913, fu un ottimo alpinista degli anni Trenta, salitore di numerose prime assolute e compagno di cordata soprattutto del mitico e indimenticato Agostino Parravicini. Teatro delle nuove ascensioni fu soprattutto un breve tratto dell’Arco alpino compreso tra il Passo dello Spluga e il Passo del Bernina. Le Retiche più vere e più vicine al cuore degli alpinisti lombardi, i monti di Val Masino e di Val Malenco.
E una località in particolare fu nel cuore di De Simoni, la romantica Chiareggio, l’ultimo paesello malenco prima del Passo del Muretto, ai piedi della Cima di Vazzeda.

Qui, con base i rifugi Tartaglione-Crispo e Del Grande-Camerini, entrambi della Sezione di Milano del CAI e sede, il Tartaglione, del corso estivo della Scuola di alpinismo, si esplica l'attività alpinistica di De Simoni, che è in compagnia dei vari Sicola, Negri, Parravicini, Tagliabue, Rovelli e Garobbio.  Il 17 Agosto 1933 risale per la prima volta con Parravicini e Tagliabue la parete nord-est  della Cima meridionale di Chiareggio;  poi è la volta della Cima di Vazzeda: la parete nord-nord ovest, di IV e V è vinta il 23 Luglio 1935 sempre da De Simoni, insieme a Cazzaniga, Citterio e Parravicini.  Un mese dopo l'amico Parravicini  cadde in un tentativo di ascensione dello spigolo sud-est  del Monte di Zocca. E non a caso la Scuola di alpinismo della Sezione di Milano del CAI, dopo la tragica scomparsa di Agostino Parravicini, assunse, per iniziativa di De Simoni, il nome del grande alpinista.

A metà degli anni Trenta, oltre ai già citati amici della Scuola di alpinismo di Milano, la val Malenco e la vicina val Masino sono frequentate dai più forti alpinisti del tempo, tra cui Vitale Bramani, l'inventore delle suole Vibram, ed Ettore Castiglioni.

De Simoni fu amico di Castiglioni, tanto che quest'ultimo fu  vicino all’amico nel momento della disgrazia occorsa a Parravicini, come ha ricordato Lino Pogliaghi sull’Annuario GISM 1929-1989.
Non a caso nel 1956 fu proprio De Simoni il promotore, per conto del GISM, della posa della targa ricordo di Ettore Castiglioni murata a Chiareggio, paese in cui, nel 1944, pochi giorni prima della fine fatale, Castiglioni incontrò gli amici della scuola del CAI Milano, tra cui Carletto Negri e lo stesso Giovanni De Simoni.

In quegli anni, per la verità, De Simoni (il Barba, come era soprannominato) non arrampicava soltanto. Era studente universitario, animatore della Sezione Alpinismo del GUF (il Gruppo Universitario Fascista). Quindi fu da sempre, oltre che alpinista, uomo di cultura appassionato, compilatore di guide alpinistiche e soprattutto studioso di toponomastica, scienza che coltivò fino ai suoi ultimi giorni di vita. E anche qui le Alpi Retiche, o meglio tutta la Rezia Curiense, furono il terreno ideale dei suoi studi.

Ma per inquadrare la figura di studioso di De Simoni occorre partire proprio dai ruggenti Anni Trenta, in piena era fascista. Gli Anni Venti, con l’annessione del Trentino e dell’Alto Adige allo Stato italiano e la conseguente italianizzazione dei toponimi effettuata da Ettore Tolomei hanno sicuramente influito nella formazione politico-culturale di De Simoni, che con gli antenati valtellinesi si sentiva uomo delle Alpi e di confine. La terra grigione, appartenente a un altro Stato sovrano, la Svizzera, era a ridosso di Tirano e la valle di lingua italiana di Poschiavo era già oltre il confine, in Svizzera.

La storia contrastata della Valtellina degli ultimi secoli con l’avvicendarsi di padroni e di Stati diversi sensibilizza in modo particolare De Simoni che acquisisce sempre più interesse per le lingue alpine e per la toponomastica, con l’obiettivo finale di salvaguardare, valorizzare ed eventualmente ripristinare le parlate romanze.
Il contesto storico-politico che privilegiava il nazionalismo e la nascita di una grande Patria con l’annessione delle terre cosiddette irredente fu terreno ideale perché molti giovani di allora potessero fantasticare, sognando di allargare i confini nazionali. D’altra parte con il Trentino e l’Alto Adige ciò era avvenuto nel 1918; chi poteva escludere che potesse ancora succedere anche se questa volta le fette di territorio italiano (o comunque di radici romanze) da riprendere appartenevano ad altre nazioni? Alla Svizzera per il Vallese, il Canton Ticino e i Grigioni, e alla Francia, per Nizza, la Savoia e la Corsica...

In questo contesto culturale si muoveva De Simoni da studente, tanto che fece pure delle spedizioni alpinistiche nell’ambito del GUF Milano, ma anche con fini culturali e linguistici nei Carpazi nel 1938 e in Corsica nel 1939.
Furono comunque le montagne lombarde, o per lo meno quelle della Lombardia storica, l’oggetto principale di quegli studi iniziali, grazie anche alla conoscenza e conseguente amicizia che fece, proprio negli anni dell’università, con Aurelio Garobbio, giornalista, classe 1905, ticinese di Mendrisio trapiantato a Milano, convinto irredentista e assertore dell’unificazione del Canton Ticino, dei Grigioni e del Vallese allo Stato italiano, spostando il confine di Stato molto più a nord, lungo la cosiddetta Catena Mediana.
Le sue prime pubblicazioni riguardarono il gruppo del Masino (1935), la toponomastica lombarda e ladina nelle Alpi Retiche (1937) e la Val Calanca (1939).
La testimonianza scritta più significativa di quegli anni sono le guide alpinistiche della collana Itinera Montium realizzate dalle Edizione Montes per conto del GUF Milano, sezione alpinismo. Giovanni De Simoni si occupò soprattutto dei territori della Rezia Curiense e scrisse le guide La Val Tuoi (Monti della Silvretta), Monti del Chesio (in Engadina), gli Itinerari sciistici dell’alta Engadina e fu ispiratore e collaboratore, insieme a Garobbio,  di molte altre firmate da amici con cui condivideva gli stessi ideali.
Inoltre, nel 1938, con la medesima veste grafica, ma non più sotto gli auspici del GUF Milano, ma delle edizioni Montes di Torino (il cui presidente era l’avvocato Adolfo Balliano, fondatore del GISM) pubblica gli Itinerari alpinistici dalla Valle Spluga.

Spulciando fra le righe di queste diverse pubblicazioni si  può notare con evidenza il recupero, più che l’italianizzazione, di molti nomi di luogo di origine medievale delle valli dei Grigioni, di cui si era persa traccia, soppiantati dai nomi tedeschi. Attualmente, infatti, solo Coira, il capoluogo dei Grigioni ha un esonimo italiano ancora in uso in Italia; gli altri sono tutti scomparsi. De Simoni volle recuperarli e riprese a chiamare, tanto per fare qualche esempio: San Maurizio d’Engadina/ Sankt Moritz, Ardesio/Ardez, Cernezzo/Zernez, Tosanna/Thusis, San Pietro/Hinterrhein, Maloggia/ Maloja, Stossavia/Safiental, Tavate/Davos, Jante/Ilanz ecc.

E di pari passo con lo studio della toponomastica crebbe anche l’interesse per le parlate alpine e in particolare per le parlate romanze, soprattutto per il gruppo delle parlate ladine con tutte le varianti del romancio, tanto che strinse proficui contatti con le associazioni culturali di salvaguardia delle piccole comunità alpine. Lavoro fondamentale di quegli anni fu anche la Partizione delle Alpi secondo catene e gruppi montuosi, studiata insieme a Giovanni Bertoglio e pubblicata nel 1940, poi rieditata e rivista negli anni Settanta.

Nel dopoguerra De Simoni continuò a occuparsi di lingue alpine e di toponimi con ancor più interesse e passione, grazie anche all'esperienza acquisita negli anni. Sul fronte della toponomastica fu tra i primi a convincersi che occorreva fare al più presto qualcosa per la registrazione dei microtoponimi, pena la loro estinzione. In effetti a partire dagli anni Sessanta, con il boom economico iniziò un inarrestabile abbandono della montagna da parte di coloro che vi vivevano in modo tradizionale, e che utilizzavano nella pratica quotidiana boschi, campi, prati e pascoli. Ogni terreno, ogni appezzamento aveva un proprio nome. Con la scomparsa delle vecchie generazioni sarebbe scomparso un patrimonio culturale immenso, mai scritto e codificato. De Simoni capì l’urgenza di acquisire dati e si fece promotore, dal 1966, nell’ambito della Società storica valtellinese, dell’Inventario  dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Il tema è oggetto di una successiva relazione.

Giovanni De Simoni, nato a Milano il 5 luglio 1913, è scomparso il 23 marzo 1988. Ma la sua opera appassionata per la salvaguardia della cultura delle vallate alpine non è stata dimenticata.

[Piero Carlesi]

lunedì 6 novembre 2017

Falesia di Foresto - Terrazze di Avalon

Primi giorni di Ottobre, circa un mese fa. Al mattino, dalla finestra, la luce del sole viene filtrata dalle nubi rendendo il cielo come un'immensa lastra opaca di freddo zinco.
Demoralizzante dover rinunciare per la seconda volta consecutiva alle quote più alte.
Tuttavia, per nulla rassegnati all'idea di restare a casa, forse anche ispirati dalle nebbie che ricoprivano le montagne, ci lanciamo alla ricerca delle Terrazze di Avalon.
Nonostante il nome nel nostro caso non occorre imbarcarsi alla volta dell'isola leggendaria. È sufficiente raggiungere Foresto in auto e mettersi in cammino in direzione di un'alta parete calcarea posta sulla sinistra dell'Orrido.
L'aria è umida e la foschia blocca la visuale impedendo di spaziare con lo sguardo sul panorama, ma almeno non piove e la roccia è asciutta. Preparare corda e rinvii la sera prima non è stato tempo sprecato.

La falesia non è ben indicata. Occorre cercarla con attenzione perchè al momento non ci sono cartelli che permettono di localizzarla in maniera agevole. Un generico "Palestra roccia" è segnato all'inizio del Sentiero degli Orridi, subito dopo un piazzale di sterrato al fondo di una via stretta e poco frequentata. Per raggiungere la via ed il piazzale, partendo dalla chiesa di Foresto, si scende lungo Via San Rocco e si svolta a sinistra all'altezza del numero civico 13.

Percorrendo il Sentiero degli Orridi si incontra un primo bivio a sinistra che conduce alla falesia delle Striature Nere. Le Terrazze di Avalon si trovano al bivio successivo, dopo un lungo tratto di sentiero che costeggia un muro a secco, seguendo degli ometti di pietra lungo una pista più stretta e in salita.
Un avvicinamento che potrebbe essere reso più chiaro.

Nonostante il discreto numero di vie semplici e la spittatura abbastanza ravvicinata, questa falesia non è esattamente la prima che consiglierei ad un neofita. I gradini e gli appigli per le mani non mancano, ma ci sono alcuni passaggi anche sulle vie di quinto grado che richiedono una certa fiducia e un pizzico di esperienza.

Forse è questa la parola chiave per le Terrazze di Avalon: fiducia.
Cercare l'appiglio successivo sicuri che riusciremo a trovarlo, individuare il gradino più adatto al nostro piede consapevoli che terrà in equilibrio il nostro corpo mentre rinviamo, spalmare il piede sulla parete in mancanza di appigli, fiduciosi che non scivoleremo in basso, mantenere corpo e mente in armonia anche quando ci sembra che il passaggio sia eccessivamente esposto o fuori portata.

Con questa condizione mentale, con questo bilanciato stato d'animo e con un discreto allenamento, le Terrazze di Avalon possono regalare grandi soddisfazioni con vie che meritano ben più di una sola arrampicata.

Descriviamo qui alcune vie:
ALLUCE 4c
Una via molto semplice, per iniziare. Una serie di appigli a gradini seguono un'ideale linea retta che accompagna fino al terzo spit. Subito dopo si trova un tettuccio di modeste dimensioni aggirabile passando a destra. Il resto della via prosegue in appoggiata fino alla sosta.

CASTORO 5b
La partenza è simile alla via accanto, ALLUCE. A sinistra dei primi spit, in prossimità di un albero, gli appigli sono più agevoli. Si giunge a un tetto, il medesimo della via precedentemente descritta. Passare a destra, in questo caso richiede uno spostamento laterale significativo. Puntando i piedi subito prima del tetto e mantenendo l'equilibrio con la mano sinistra in una faglia laterale si può raggiungere agevolmente con la destra una banca oltre il tetto, ampia e comoda.
Superato il tetto la via ritorna semplice con passaggi brevi di appoggiata e numerosi appigli.

LO RÈ 5a
Come nel caso precedente la partenza è resa agevole da numerosi appigli a gradini per i piedi.
All'altezza del terzo spit si può accoppiare la presa delle mani a destra e si supera una lieve sporgenza.
Proseguendo in alto una venatura scura nella roccia sembra guidarci agli spit successivi, lievemente esposti e si raggiunge la catena di sosta con una presa per la destra dalla forma sagomata e spigolosa davvero unica ed inconfondibile.
Questa via è entusiasmante perchè permette di procedere anche in altri modi, regalando emozioni diverse ogni volta che la si prova.

L'ALBERO DELLA CUCCAGNA 5b
Questa via appare lunga e complessa, ma ha in realtà numerosi passaggi superabili con un po' di fiducia e senso dell'equilibrio.
Alcuni passaggi appaiono lunghi e difficili da raggiungere, è perciò necessario osservare bene ogni appiglio e procedere con alcuni spostamenti laterali che possono complicare la progressione ai meno esperti.
Consiglio di fare affidamento sugli appigli presenti, individuabili con un po' di pazienza e attenzione.

DUE SCARPONI 5c
Molto simile alla sua via sorella DUE CALZINI ma di realizzazione più recente.
Tramite due davanzali inclinati, prima a sinistra e poi a destra, si raggiunge la punta di una grande macchia bianca calcarea sulla roccia senza alcuna fatica.
Si prosegue sempre a destra per un primo momento, si supera una sporgenza quasi verticale verso gli spit finali, poi con due lievi spostamenti a sinistra si raggiunge l'ultimo spit (non visibile da terra) e la catena.
Raccomando di non spostarsi troppo a destra per non imbattersi negli spit della via successiva.

BAMBY 4c
Una via molto corta e con una parete in appoggiata.
Dopo i primi spit è possibile spostarsi a sinistra alla ricerca di alcune comode prese per la mano sinistra e raggiungere così la catena situata poco prima di un cambio inclinazione.

Ringrazio Elena e Federica per aver condiviso con me la giornata in parete, Antonio per averci accompagnato lungo il sentiero.
Un saluto anche a Linda e Angelo per la compagnia a pranzo e sulle vie del primo settore.



 
 
 

 

 


 

 
 

 










martedì 31 ottobre 2017

giovedì 12 ottobre 2017

Il confine sul Monte Bianco

Tutto è cominciato parlando con un professore di biochimica portoghese, appassionato di montagna.
Parlando lungo il cammino mi diceva che sarebbe stato ben felice di visitare le Alpi occidentali e ho colto l'occasione per invitarlo a vivere la bellezza delle mie montagne, dove si trovano alcune tra le cime più affascinanti d'Italia.
Tra le tante vette menzionate non poteva non comparire anche il Monte Bianco.
Ero così preso dall'entusiasmo nel descrivere tutte le possibili escursioni sulle nostre Alpi, nel raccontare la meraviglia che suscita la maestosità del Gigante delle Alpi Graie, che la successiva domanda del mio interlocutore mi colse totalmente di sorpresa: "Ma il Monte Bianco è in Italia?"
"Sì certo, almeno per metà." è stata la mia naturale risposta. Con uno sguardo perplesso il mio compagno di escursione ha estratto il cellulare, ha caricato la pagina di Google Maps e mi ha mostrato il risultato.
Prima ancora di focalizzare la mia attenzione sullo schermo penso a quante volte ogni giorno mi capita di fare la stessa cosa. 
Google! la fonte di sapere sempre a portata di mano, la risposta a ogni domanda in un istante, la soluzione più veloce per risolvere ogni dubbio.

L'immagine che ho visto, risultato finale della ricerca, mi ha lasciato però sorpreso e perplesso nello stesso tempo perchè il confine, che normalmente corre lungo la cresta spartiacque della catena montuosa, qui effettua una enclave per usare un termine tecnico, ossia una sorta di estensione verso sud che devia dallo spartiacque naturale della montagna e ingloba totalmente la ghiacciata vetta del Bianco in territorio francese.

L'iniziale stupore ha ceduto immediatamente il posto al pensiero razionale: su internet capita spesso di reperire anche informazioni inesatte o non aggiornate. Di certo non mi aspettavo che un confine, una linea netta e ben definita che separa due nazioni, potesse risultare errata soprattutto su uno dei più affermati servizi on line di visualizzazione e ricerca di mappe geografiche del mondo.

Per nulla convinto della veridicità dell'informazione, mi sono documentato sulla questione cercando risposte da diverse fonti. Risultato: non soltanto ho avuto la conferma che quella rappresentazione del confine tra Italia e Francia sia assolutamente sbagliata ma ho avuto modo di scoprire che qualcuno aveva già notato questa inesattezza molto tempo fa.
Grazie al GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) ho avuto la possibilità di entrare in contatto con Laura e Giorgio Aliprandi, due dei maggiori esponenti della cartografia storica nazionale.
Con il loro aiuto è stato più semplice riesaminare e ricostruire i passaggi di quello che, ad oggi, risulta essere un dibattito geopolitico ancora irrisolto:

Inizialmente la cima del Monte Bianco veniva definita, da entrambe le parti, una cima frontaliera, vale a dire che delimitava il confine tra le due nazioni.
Nel 1865 venne pubblicata in Francia una mappa con i confini modificati e non ratificati con quelli pubblicati nelle carte italiane. Questa versione con i confini distorti continuò ad essere condivisa e pubblicata al punto da diventare in qualche modo "ufficiale".

Sostanzialmente, secondo la cartografia francese, andrebbe incluso nei loro confini anche una superficie di circa 400000 m² del ghiacciaio del Brenva, oltre a includere la totale superficie della vetta del Dôme du Goûter (4304 m).

Il confine italiano in rosso e quello francese in nero
(Carta Laura e Giorgio Aliprandi
in Le Grandi Alpi nella cartografia
1482-1885
Priuli Verlucca vol II 2007)
La mappa corretta, custodita all'Archivio di Stato di Torino, rivela come invece il limite tra Italia e Francia sia ben diverso. Una copia della stessa carta era custodita a Parigi ma pare sia andata perduta dopo l'occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale.
Di una nuova versione della carta, controfirmata da entrambe le parti, al momento nemmeno l'ombra.
Se dunque entrambe le Nazioni, ad eccezione forse di qualche nostalgico transalpino ossessionato del grandeurs nationale, riconoscono la vetta come italo-francese allora forse la questione si potrebbe semplicemente risolvere con un aggiornamento delle mappe di Google.

Per qualcuno tutto ciò può forse apparire soltanto pignoleria da pedanti, in realtà questa ambiguità potrebbe creare non pochi problemi. I significativi cambiamenti climatici che influiscono sulle condizioni e la relativa sicurezza dei ghiacciai del Bianco, i cospicui interessi economici legati alle grandi infrastrutture recentemente realizzate sulla sua sommità, nonché i costi di sorveglianza e soccorso sono motivazioni sufficientemente valide da indurre l'Italia e la Francia a porre presto fine a dispute e controversie sulla questione, definendo e divulgando una volta per tutte un'unica corretta versione dei confini nazionali.

È chiaro che la delicatezza dell'argomento richiede l'intervento degli apparati diplomatici di entrambe le Nazioni e che l'intervento del singolo cittadino possa suscitare attenzione ma non certo modificare l'attuale confine sancito sulle carte.
Esiste però un'altro sistema, attraverso cui il singolo individuo può intervenire attivamente e aspettare un riscontro positivo: inviare una segnalazione a Google Maps e richiedere che il confine venga corretto.

Segnalare un'anomalia è semplice e alla portata di tutti:
Selezionare il menù in alto a sinistra  per aprire una lista di voci.
Fare click sulla voce "Invia feedback".
A questo punto abbiamo la possibilità di segnalare differenti errori da correggere come nomi di vie, luoghi o strade mancanti etc... selezionare l'ultima voce in basso "Altro feedback" ed inserire la segnalazione nell'apposita area di testo. Al termine, fare click su INVIA per confermare.
























Che la montagna, come ogni elemento naturale sia un bene di tutti, è fuor di dubbio; che tutti abbiano  il dovere di preservare e il diritto di godere delle bellezze che le nostre montagne offrono agli occhi dei visitatori è altrettanto certo, ma i confini non costituiscono un limite alla meraviglia, bensì ne garantiscono la salvaguardia stabilendo gli oneri di gestione. Personalmente non smetterò mai di ammirare la bellezza del Bianco, indipendentemente dalla sua collocazione sulle carte o sulle mappe.

sabato 7 ottobre 2017

Ferrata Des Bettieres

Esposta a sud, sul massiccio contrafforte sinistro della Comba del Trovet, lunga complessivamente circa 500 metri, affacciata sulla vallata di Les Lanches, davanti al Chalet Refuge Porte du P.N.V. (spesso indicato anche come Refuge du Rosuel) questa ferrata sembra stata concepita a scopo didattico.
Dalla valle è possibile esaminarne accuratamente il percorso, anche con l'ausilio di un comodo cannocchiale, collocato nel piazzale davanti al rifugio. Quella che inizialmente appare come una linea continua si può distinguere in tre spezzoni dalle caratteristiche ben distinte.

Superato il rapido avvicinamento che dal parcheggio conduce al ponte sopra il torrente della Gurraz e poi lungo il sentiero fino alla base della via, si comincia con il primo tratto, il più semplice, composto da attraversamenti assistiti, scalini, passaggi laterali poco esposti e adatti anche a frequentatori della montagna alle prime esperienze con le vie ferrate.

Il secondo tratto, leggermente più impegnativo prevede due passaggi verticali, assistiti da numerosi pioli ed appoggi. Questo settore percorre due alti torrioni rocciosi sulla destra del contrafforte ed è più soggetto alle raffiche di vento provenienti dalla testata della valle.

Al termine del tratto verticale si trova un ponte tibetano costituito da tre funi per il passaggio (e una alta di sicurezza) che ripiega sul lato a sinistra della parete concludendosi, con qualche metro di discesa laterale, su un'area più ampia e pianeggiante. Da qui è possibile interrompere la via ferrata tramite un'uscita che riporta alla pianura con circa 30 minuti di cammino.

Sul terzo ed ultimo settore della via ferrata possiamo proseguire inizialmente su un breve tratto tra terra battuta e radici di alberi affioranti, poi con una parete rocciosa non eccessivamente verticale sulla quale è persino facile intuire il passaggio più agevole grazie alla colorazione della pietra stessa: normalmente coperta di licheni e scura, ma con un'unica venatura più chiara e pulita in prossimità del cavo di sicurezza.
Il passaggio più impegnativo di questo settore consiste in una spaccatura nella roccia abbastanza profonda ed esposta ma larga meno di un metro. Lo spazio per i piedi è più esiguo e questo potrebbe forse risultare più fastidioso per chi non ama la sensazione di vuoto sotto di sè. Apprezzabile comunque l'idea di non agevolarlo con pioli per rendere il tutto più "avventuroso".
La via si conclude su una panoramica piana erbosa dalla quale si gode di una superba vista.
Il sentiero per la discesa supera la cresta tra gli alberi poco più in alto e attraversa la comba citata all'inizio del post. È sufficiente proseguire sul sentiero ben evidente tra i prati e le roccette per ritrovarsi al fondo della Comba del Barmail, tra le abitazioni di Les Lanches. Si percorre la sterrata a sinistra per ritornare al punto di partenza.

La Ferrata Des Bettieres è in grado di donare "emozioni forti". Il percorso diventa gradualmente più impegnativo ma le due uscite al termine di ogni tratto consentono a tutti di sperimentare senza forzature.
La qualità della roccia è ottima e permette di divertirsi anche con un paio di comode scarpette d'arrampicata arrivando persino ad ignorare i pioli d'acciaio in numerosi passaggi.
Un'avventura attesa da molto tempo che finalmente ho avuto il piacere di condividere con Elena, Federica e Paolo. Grazie di cuore per avermi accompagnato lungo la via.








Un po' di storia...
Le vie ferrate sono apparse per la prima volta nelle Dolomiti, in Italia, per facilitare lo spostamento delle armate durante la Prima Guerra Mondiale. Esse hanno in seguito conosciuto un grande successo, riconvertite in itinerari sportivi a metà strada tra la scalata e l'escursionismo.
Il loro sviluppo ha raggiunto la Francia negli anni 90 quando alcune vie ferrate sono state realizzate, soprattutto in Savoia.



sabato 30 settembre 2017

Perla del mese - Settembre

Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze.
Sulle montagne possono salirci molti altri,
ma nessuno potrà mai invadere le esperienze che sono e rimangono nostre.


[Walter Bonatti]